>

Faide

L’atteggiamento ‘ndranghetista delle giovani leve comincia con uno sputo sugli schermi dei videogiochi. Così, non tanto per diletto o scherno, ma per sfrontatezza e voglia di stabilire da subito gerarchie ed egemonie. Passare dallo sputo al kalashnikov, poi, è tutta una strada in discesa. La Calabria e il mondo sono legati stretti da un filo che passa per un costante processo di colonizzazione economica che approda al Porto di Gioia Tauro e parte e transita da e per la Colombia, i Balcani, l’Albania. La Calabria diventa il fulcro di questa giostra su cui ballano, droga, armi e prostituzione. In Sudamerica i boss della ‘ndrangheta hanno impiantato un proficuo import export di coca. Laddove le altre criminalità organizzate hanno dovuto penare, spesso anche rimetterci (in termini di morti ammazzati), la ‘ndrangheta, Cosa Nuova, come la chiamano, ha saputo tessere una rete fitta di contatti, imporsi sul mercato come l’unico interlocutore di cui fidarsi. Dai Balcani e dall’Albania arrivano le armi, l’eroina e marijuana. Anche le prostitute vengono da lì, suggellando un patto di ferro tra le organizzazioni criminali schipetare ed i clan calabresi. Le cosche fanno e disfano, colonizzano e monopolizzano. Dove possono avvelenano, ammorbano. La terra è loro e anche l’economia. E poi ci sono le storie degli uomini che questo sistema subiscono a volte ignari, a volte impotenti, molto più spesso complici rassegnati o vittime inconsapevoli.
Una narrativa intensa, quella di Simonetta, che arriva puntuale, a metà strada tra la cronaca e il romanzo, a toccare le corde di chi vuole capire, da neofita, questo meccanismo truculento e tentacolare che è diventata la ‘ndrangheta, Cosa nuova. Sembra scritto molto di pancia, orientato ostinatamente a suscitare l’emotività del lettore seguendo in questo lo schema proposto con enorme successo da Roberto Saviano nel suo inarrivabile Gomorra. E senza farsi troppe domande su quale debba essere la formula più corretta per parlare di ‘ndrangheta, purché non si arrivi alla strumentale ricerca del compatimento, si può dire che questo lavoro di Simonetta funziona. Pur non essendoci equilibrio, per quanto chi scrive non si distacchi da ciò che scrive e non cela lo schifo e il ribrezzo, i fatti ci sono e vengono raccontati nella loro crudezza e nei loro intrecci. La pecca, spesso, è però un eccessivo lirismo che può infastidire, ovvero l’ossessiva ricerca di una poeticità che con l’argomento affrontato decisamente non lega. Chi vuole farsi un’idea senza soffocare nella sequenza di documenti, fascicoli, ordinanze et similia in Faide trova un’apprezzabile misura per conoscere i fatti.