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Uccidere o morire

Uccidere o morire. Una legge inesorabile per un aspirante ‘ndranghetista, chiamato a macchiarsi dei delitti più gravi. È una vera e propria strage nel nome dell’onore quella che si compie sull’asse Rosarno-Genova a cavallo tra il 1993 e il 1994. Un vero e proprio giallo, rimasto irrisolto per la giustizia italiana. Maria Teresa Gallucci in Alviano ha quarant’anni ed è una bella donna. Ha vissuto una vita difficile, fatta di sacrifici e di sofferenze. A venticinque anni resta vedova: il marito muratore è volato dal quarto piano di un edificio in costruzione perché un tavolaccio di un’impalcatura ha ceduto sotto il suo peso. E Maria Teresa rimane a Rosarno e va avanti da sola, crescendo i suoi tre figli. Solo madre, premurosa e attenta, e non più donna. Almeno fino alla soglia degli anta. I suoi ragazzi sono ormai cresciuti, e lei all’improvviso riscopre l’amore. Inizia una storia con un commerciante del paese, Francesco Arcuri, più giovane di lei di qualche anno. Ufficialmente è una storia segreta, ma presto in paese tutti sanno della relazione. Non si tratta di privacy violata, ma del giudizio del tribunale della ‘ndrangheta.

Francesco Alviano ha ventitré anni, senza il padre da quando ne ha cinque. È un ragazzo cresciuto in fretta, con la responsabilità di sostituirlo il più presto possibile. È il primogenito e su di lui la madre confida per dare un futuro alla famiglia. Magro, longilineo, con i capelli rasati, la fronte alta e occhi verdi penetranti, Francesco ha un carattere difficile, si fa prendere dall’ira. Per questo, o forse perché mal sopporta la vita di caserma, riesce a scansare il servizio di leva, dopo solo quattro giorni di naia e una lunga convalescenza nell’ospedale militare per una crisi di nervi. Ma Francesco è anche un ragazzo intelligente: ottiene il massimo dei voti alla maturità, al professionale per l’agricoltura, e poi si iscrive all’università, Economia e commercio a Messina. Forse la voglia di bruciare le tappe, forse il peso della responsabilità, forse il desiderio di prendersi quello che la vita gli ha negato, forse il fascino del crimine, fatto sta che Francesco coltiva amicizie di «alto rango» e aspira alla carriera ‘ndranghetista. Nessuno ha la forza di impedire a quel ragazzo di fare la sua scelta di vita.
Quella che segue è una storia verosimile, la ricostruzione fatta dagli investigatori per dare un perché a una strage terribile, ma si tratta solo di un’ipotesi, bocciata dalla magistratura. Una verità che tutti conoscono ma che nessuno può invocare. Quel che è certo è che ci sono quattro cadaveri a cui la Repubblica non ha saputo dare giustizia.

Si chiacchiera tanto nei bar di Rosarno. Ogni parola ha un senso, ogni gesto è una sfida che non si può non raccogliere. A Francesco tocca l’offesa più profonda: le risatine, le mezze frasi, gli sguardi dall’alto in basso per uno che s’atteggia a malandrino ma non sa «guardare» nemmeno le femmine di casa sua. Gli hanno messo la pulce nell’orecchio: «Tua madre se la tiene uno del paese, e tuo padre si rivolta nella tomba». È un’accusa gravissima, l’indegnità massima per un uomo d’onore. Forse qualcuno ci marcia pure sopra, per mettere i bastoni tra le ruote a quel ragazzo che vuole fare strada. Il rispetto, la reputazione, la fiducia dei boss, il futuro, tutto è compromesso. Francesco non ha voglia di ripartire da zero, costi quel che costi. Deve riparare all’affronto subito, deve recuperare il suo onore. Prima di prendere la decisione interroga la madre Maria Teresa, la incalza, la minaccia. Lei non si azzarda a rivendicare il suo diritto di essere donna, nega tutto, si nasconde dietro il suo ruolo di madre e di vedova devota. Un ruolo che, sa bene, non ammette vie d’uscita. La sera del 4 novembre 1993 Francesco Arcuri viene ferito barbaramente. Nove colpi di pistola, diretti al basso ventre. Coi genitali spappolati e un’emorragia deflagrante, l’uomo muore dopo un’agonia di undici giorni. Il messaggio è chiaro. Tutti lo colgono. Soprattutto i parenti della vittima che, si dice, siano vicini alla ‘ndrangheta. E anche tra le cosche serpeggia il nervosismo. Sulla tomba di Arcuri, dicono gli investigatori bene informati, qualcuno ha giurato vendetta. C’è tensione in paese, è chiaro che qualcosa deve accadere. Ma il giovane Francesco Alviano non è un malandrino qualunque, da poter fare fuori senza disturbare. È ormai organico alla cosca Pesce, i padroni di Rosarno. Il locale della ‘ndrangheta emette il suo verdetto: chi uccide per onore non può essere punito, neanche se a morire è uno ‘ndranghetista. Ma la salvezza del vendicatore passa per la morte della donna infedele, come vuole la legge d’onore. A Francesco, per tener fede al giuramento mafioso, evitare la vendetta e diventare un uomo di tutto rispetto, tocca uccidere la madre con le proprie mani.
Ma prima Francesco fa in tempo a sfuggire alla giustizia – lo interrogano sull’omicidio di novembre, ma non emergono prove a suo carico – e a dimostrare la fedeltà ai Pesce, finendo in cella per favoreggiamento. Ha nascosto alcune pistole del boss Antonio, fratello di «zi Peppi», il capobastone Giuseppe Pesce, morto da qualche tempo. È il 28 febbraio 1994. La prova non è sufficiente, il tempo stringe e la vendetta va compiuta. Francesco patteggia otto mesi, la pena è sospesa e viene scarcerato, ma ha l’obbligo di firma: ogni martedì e venerdì deve presentarsi ai carabinieri di Rosarno. Il 15 marzo assolve il suo compito, poi parte alla volta di Genova. È lì che Maria Teresa Gallucci si è rifugiata insieme alla madre ultrasettantenne, Nicolina Celano. La morte del suo amante l’ha terrorizzata. Sa bene cosa l’aspetta nel suo paese, e ha deciso di cambiare aria. In Liguria vivono tantissimi parenti, tanti emigrati calabresi pronti a sostenerla. Pensa che è solo questione di tempo e, passata la bufera, anche la ‘ndrangheta dimenticherà. Si tratta solo di non farsi vedere.

Le donne trovano ricovero in una casa popolare in Via Scarpanto sulle alture di Pegli, nel ponente genovese. Lì abita al primo piano di un palazzone rosa Concetta Gallucci, sorella e figlia delle due. Arrivano prima di Natale, e si chiudono in casa. Una vita ritiratissima, diranno i vicini. Per qualche mese ci si stringe un po’ – sono in sette: Concetta con il marito e i tre figli e le due nuove arrivate – ma la vita procede tranquilla e attorno alla famiglia si stende una rete di protezione grazie agli altri tre fratelli di Maria Teresa, ormai da tempo di stanza nei carruggi.
La mattina del 18 marzo gli uomini sono via, il più piccolo dei ragazzi è ospite da parenti, la padrona di casa è già al suo lavoro di collaboratrice domestica. In Via Scarpanto ci sono solo le donne: Maria Teresa e la vecchia Nicolina Celano, insieme alla nipote Marilena Bracaglia, che ha ventidue anni, studia da architetto e non ne vuole sapere di svegliarsi, ancora sotto le coperte del divanoletto del soggiorno, che la ospita ormai da diverse settimane. Tra le nove e le dieci si compie la strage. Suonano alla porta e Maria Teresa s’accosta all’ingresso. Di certo conosce il nuovo venuto, e lo accoglie senza nemmeno indossare la vestaglia. I primi colpi sono per lei. Al capo. Poi tocca alla giovane Marilena, fulminata nel sonno con due pallottole alla testa. Ultimo atto della tragedia l’uccisione della nonna, accorsa in soggiorno in pigiama e a piedi nudi, con il cuore che galoppa e già teme il peggio visto il trambusto. Ancora dei colpi alla testa. Una carneficina, un lago di sangue che di lì a poco accoglierà i parenti delle vittime. I minuti successivi alla strage sono tranquilli. Il telefono di casa squilla ripetutamente. È Concetta Gallucci, che come sempre chiama per sincerarsi che tutto vada bene. Le mancate risposte la insospettiscono: le donne della sua famiglia escono raramente di casa, impossibile si siano allontanate. Un presentimento frutto delle tensioni dei mesi precedenti. E allora attorno a mezzogiorno a Pegli si precipita uno dei tanti parenti calabro-liguri, trova il capofamiglia intento a lavorare nell’orto, insieme salgono in casa, dove nessuno ha risposto al citofono. E poco dopo arrivano gli investigatori.
C’è sangue dappertutto. Sono stati sparati una decina di colpi, ma si trovano solo sei bossoli. Sono state usate una pistola automatica calibro 22 e una 38 special a tamburo. Nessuno ha avvertito le esplosioni, neanche i vicini e i conoscenti. Di certo sono stati utilizzati dei silenziatori, anche se è difficile applicarli a una rivoltella. Due armi, dunque, e probabilmente due killer. Qualche indizio salta fuori: un abitante del palazzo ha notato un ragazzo allontanarsi giù per le scale quella mattina, pressappoco all’ora presunta della strage. Ma lo ha visto solo di spalle. Altri invece raccontano di una moto di grossa cilindrata con due giovani a bordo. Quella moto, giurano, non si era mai vista prima. E a Pegli non si capita per caso. Indizi, nulla di più. Le voci nel quartiere parlano di un ragazzo, un parente calabrese in visita in quel periodo. Ma sono solo voci.

Francesco è a Genova da qualche giorno. E si è fatto vedere a Pegli. Difficile possa sfuggire la sua presenza in un quartiere di emigrati dalla Piana di Gioia Tauro. Forse è ospite di amici, forse addirittura si fa accogliere dalla madre e dagli zii. È un giallo mai chiarito. Perché nella casa al primo piano del palazzone popolare sono sette i letti disfatti quella mattina. Ma solo in sei risultano all’appello. Chi ha dormito in quella casa? E soprattutto come ha fatto il killer a farsi accogliere senza destare sospetti? Forse è lo stesso Francesco il settimo, forse è il fratello Antonio di sedici anni, oppure un cugino degli Alviano. Di certo quella presenza non era stata vissuta come un pericolo. E nemmeno le segnalazioni che davano Francesco in visita in Liguria. Nessuno pensava in quelle ore che la sentenza del tribunale della ‘ndrangheta stesse per essere eseguita. Che abbia agito da solo, con la complicità di un familiare o con l’aiuto di un compare, Francesco Alviano ha le ore contate. Si mette subito in macchina, attorno alle dieci di mattina, e vola a razzo verso la Calabria. È venerdì e deve firmare in caserma, per non compromettersi senza rimedio. Ci vogliono undici-dodici ore per compere i 1.100 chilometri che separano la riviera genovese dalla piana reggina. Ma con una buona auto, un buon autista e soprattutto un buon motivo, quel lungo tratto di statali, autostrade, caselli, viadotti, ponti e gallerie si può percorrere in meno di dieci ore. Con anche il tempo di qualche sosta in autogrill per urinare sulle proprie mani e lavarle ripetutamente, così da cancellare le tracce della polvere da sparo.

Alle diciannove e trenta del 18 marzo, Francesco si presenta ai carabinieri di Rosarno, freddo e impenetrabile. Lo arrestano subito, con l’accusa di aver compiuto quattro omicidi: quello delle tre donne e quello dell’uomo ammazzato a novembre. Lui nega con forza e sciorina il suo alibi: è stato con la cugina quel giorno, e poi si è fatto vedere a Rosarno. Non gli credono. Finisce in cella, e con lui Concett Loredana Pelloriti, accusata di falsa testimonianza. Nel giro di qualche giorno saranno scarcerati. Gli indizi sono insufficienti. Anche l’esame dello stub, per rilevare le tracce di polvere da sparo, dà esito negativo. È passato troppo tempo dall’ora del delitto, dicono gli investigatori.
A Genova ai funerali il clima è di sconcerto e commozione. Ci sono i parenti calabresi e i tanti amici della giovane Marilena, molto impegnata nel sociale con la Comunità di Sant’Egidio. Sono gli «ultimi» a rendere omaggio alle vittime, che resteranno senza giustizia. L’ottobre successivo le indagini vengono archiviate: escono di scena Francesco Alviano e due suoi cugini, indagati per il triplice omicidio.