“Sono rimasta senza protezione”
COSENZA – «Sono la figlia di Mario Mirabile»: Fiorinda, 33 anni, ha i capelli nero corvino e gli occhi scintillanti. Parlare del padre le fa male. I sicari della ‘ndrangheta l’hanno assassinato il giorno del suo compleanno: il 31 agosto del 1990. Don Mario era una “stella” della criminalità organizzata cosentina. Nei primi anni ’80 era stato pure il “capo” della Nuova camorra organizzata a Salerno. Nella città campana aveva ridato lustro alla consorteria criminale guidata da Raffaele Cutolo. Poi, era tornato in Calabria per gestire il “locale” fondato dal cognato, Giuseppe Cirillo, costretto dalla magistratura a risiedere lontano dalla Sibaritide. Mario Mirabile si scontrò con il gruppo dei coriglianesi, guidato da Santo Carelli, un tempo fedele alleato di Cirillo. Alla fine venne assassinato. Dopo di lui caddero pure tutti gli amici che per anni gli erano stati a fianco. Fiorinda ha deciso di parlare della sua avventurosa e sfortunata vita: da figlia d’un boss a collaboratrice di giustizia. Con la voce rotta dall’emozione, senza inflessioni dialettali e mostrando un forbito linguaggio, la trentaduenne (assistita dal suo avvocato, Giovanni Falci del foro di Salerno) ci ha raccontato gioie, dolori e delusioni vissute nella Piana di Sibari. «Avevo sognato che mio padre sarebbe stato ucciso una settimana prima del fatto. Era stato così pure nei giorni immediatamente precedenti all’uccisione di mio zio Antonio, un avvocato penalista assassinato da un gruppo di siciliani. Parlai subito con mio padre che si rabbuiò. Gli raccomandai di stare attento, di non uscire, ma lui era troppo coraggioso per starmi a sentire. Non sapeva cosa fosse la paura».
Qual era il vostro rapporto?
«Mio padre aveva nei confronti di noi figli – io ho due fratelli – un atteggiamento protettivo. Non voleva che rimanessimo coinvolti in fatti di sangue. Se l’avessimo fatto sarebbe stato una sorta di tradimento».
Quando l’hanno ucciso, però, lei ha reagito?
«Ho reagisto perchè mi sono resa conto che stavamo diventando tutti dei bersagli di Carelli. Tutti: gli amici, le donne, i bambini. Mi sentivo perseguita. Carelli mi mandò persino via da casa mia. Il mondo, però, mi crollò addosso quando scoprii che Leonardo Portoraro ci aveva traditi. Che aveva preso le distanze, passando dall’altra parte. Rimasi senza nessuno e così decisi di rivolgermi a Pasquale Galasso che era un nostro amico di famiglia. Gli chiesi un fucile con l’intenzione di vendicare mio padre. In breve tempo, tuttavia, uccisero tutte le persone che ci volevano bene. Hanno ammazzato gente innocente solo perchè era amica di mio zio Giuseppe Cirillo».
Perchè non si rivolse alla magistratura?
«Perchè non credevo nella Giustizia. Rivolgersi alla Giustizia significava morire. Era un periodo particolare, fare una denuncia significava in quegli ambienti condannarsi a morte. Questo almeno credevo…».
E poi cosa accadde? «Ero tornata a vivere a Salerno, avevo ripreso a studiare, quando una sera venni sequestrata da tre loschi individui. Tre camorristi che mi portarono in un luogo isolato, minacciandomi di troncare qualsiasi rapporto con Pasquale Galasso. Denunciai il fatto e la Dda di Salerno mi offrì di entrare nel programma di protezione. Io preferii cominciare a parlare, però, con i magistrati calabresi. Così mi venne data la possibilità di vivere in una località protetta in Liguria. Confessai tutto quello che sapevo. Raccontai che mio padre era stato attirato in una trappola da Saverio Magliari e Tonino Russo. Dopo un anno, però, il programma di protezione mi venne revocato. Da allora, tuttavia, continuo comunque a collaborare con la giustizia».
E’ rimasta senza protezione? «Incredibile ma vero. Hanno ridato il programma a molti collaboratori, tranne che a me. Ciò, nonostante io non mi sia mai sottratta ad adempiere gli obblighi processuali. Mi fanno i complimenti, apprezzano il mio coraggio ma nessuno pensa di farmi rientrare a godere dei benefici».
Vorrebbe riottenere il programma? «Sì, è una questione di principio. Una sorta di attestato di legalità che penso di meritare».
Porta rancore a Portoraro?
«No. Non provo alcun rancore nei suoi confronti. Mi farebbe piacere se scegliesse di collaborare con la giustizia. Chiarirebbe molte cose…». Fiorinda, vive in una località imprecisata della Penisola. Come il padre, non conosce la paura. Come il padre, non dimentica.






