C’è puzza di “mmuina”
IMPEGNO civile, grido d’allarme, consapevolezza dolente della deriva che conosce la società calabrese: tutto ciò fa venire in mente l’incisiva proposta di Matteo Cosenza. Una proposta che ha registrato un "pieno di adesioni", un "pieno" non esaltante che, paradossalmente, segnala e mette a fuoco un profondo "vuoto". Un "pieno", almeno in alcuni interventi rituali e liturgici, "salvifico", terapeutico, che rivela una grande anomalia: quella di una terra, dove è un giornale a dovere promuovere una manifestazione a sostegno della magistratura assediata. Qualcuno non ha fatto la propria parte: i partiti, le pubbliche amministrazioni, la politica, il mondo delle professioni, il sindacato, gli intellettuali, la Chiesa. E così l’accorato appello di Cosenza diventa per tante "anime morte" alibi, salvagente, scialuppa, magari occasione per "apparire" e "declamare".
Non mi entusiasma una sorta di partita-kermesse-passarella in cui da una parte giocherebbe la ‘ndrangheta e dall’altra "il resto del mondo". Si sente puzza di "mmuina", di voglia di "mostrarsi" più che di essere. C’è nell’aria un fastidioso "vengo anch’io" da parte dei responsabili del degrado della Calabria. Inutile raccontarci favole e menzogne. Autoesaltarci o autodenigrarci. La Calabria è una terra devastata, una grande incompiuta, un luogo dove, almeno oggi, prevalgono la notte e le ombre contro il giorno e la luce. Tutte le vacche, come nella notte hegeliana, appaiono nere o grigie ed è proprio il grigio – dove si nasconde e si camuffa di tutto, dove avvengono collusioni, trasversalismi, rapporti sotterranei, complicità impensate – che bisogna "contrastare", decifrare, chiarire.
In questa Calabria, dove si dice tutto e il contrario di tutto, dove gli ‘ndranghetisti partecipano alle processioni e i "politici" sono bravi a compiere faide più degli "uomini d’onore", occorrono: distinzione, chiarezza, scelte chiare di campo, comportamenti coerenti, posizionamenti espliciti e scomodi, persuasione e non dichiarazioni rituali. Forse più che occasionali "unità" bisogna cercare distinzioni, fare emergere le differenze senza retorici unanimismi, desenza proclami gratuiti.
Occorre operare rotture, mandare segnali in controtendenza. L’unità di tutti va perseguita e inventata, non data per scontata e non va annacquata da tante buone intenzioni che appaiono ipocrite e di maniera: chi si autodefinirebbe ‘ndranghetista o vicino alla ‘ndrangheta?. L’unità andrebbe costruita su principi, regole, progetti, accettazione di un vero programma "No ‘ndrangheta", da portare avanti nella società e nelle scuole, in parlamento e nelle parrocchie, nelle città e nei villaggi, nelle famiglie e nei partiti. Tutti i giorni, non dopo le bombe e nelle manifestazioni.
Il sostituto procuratore della Direzione antimafia Alberto Cisterna dichiara: «La cecità colpevole di componenti delle classi reggine è uno dei fattori che alimenta l’arroganza della ndrangheta contro Di Landro e altri magistrati in Calabria». La ‘ndragheta è fortemente saldata, dice Cisterna, a zone oscure della società calabrese e a colpire la magistratura ci sono anche interessi oscuri non solo delle cosche, ma anche di massoni deviati, frammenti di servizi segreti, amministratori pubblici, imprenditori. I protagonisti sono e restano nell’ «ombra».
La ‘ndrangheta è una struttura complessa, da un insieme variegato di elementi che si rinviano e s’intrecciano: un «fatto sociale totale», che tutto contagia, inquina e contamina. Una sorta di «catastrofe» naturale e storica che devasta la Calabria e i mille luoghi dove si è ramificata. La ‘ndrangheta soltanto nella provincia reggina, a partire dagli anni Settanta ha provocato più morti che in tutte le catastrofi naturali accadute in Italia, più di quelle delle Torri Gemelle, più che a Beirut. La grande holding criminale a livello mondiale conserva una sua "base" locale, "solidità" locale, la grande capacità di trasformarsi, inserirsi nella vita sociale e politica della nostra regione. La ‘ndrangheta che dialoga con le economie illegali e legali di mezzo mondo, resta un triste e amaro "prodotto tipico", un mix di arcaicità e di postmodernità, di forza cieca e di moderna capacità persuasiva, di "radicamento" locale e di apertura esterna.
Se le mie modeste riflessioni hanno un qualche fondamento e se le dichiarazioni di Cisterna, di Piagnatone, di Gratteri, di Di Landro e di altri vanno prese molto sul serio (anche se ci farebbe piacere sapere cosa succede all’interno della magistratura reggina, con quelle inquietanti cimici e con gli sguardi interni), si corre il rischio di consegnare ai retori e ai professionisti dell’antindrangheta la bandiera di una vera, lucida, sofferta lotta alla criminalità organizzata. Una "battaglia" che andrebbe condotta quotidianamente, non quando succedono fatti devastanti. Come la protezione civile, anche la "politica" attende la catastrofe, il boato, la frana, l’incendio per intervenire, e tace e fa finta di nulla quando la ´ndrangheta lavora in maniera sotterranea e diventa più penetrante e invasiva.
Adesso, non c’è dichiarazione o intervento in cui ognuno non senta il bisogno di segnalare la "zona grigia". Naturalmente la "zona grigia" è costituita sempre dagli altri. Ma certi politici e amministratori che parlano di zona grigia perché non la indicano, non la segnalano, non la denunciano, non la prosciugano, o forse ne sono parte così costitutiva e integrante, da non "vedersi" e da non "riconoscersi"?
Corro il rischio di rompere un fronte antindrangheta? Non esiste, purtroppo, nemmeno la parvenza di un fronte antindrangheta. Creo sfiducia nella società civile? Dove è stata in questi anni la "società civile"? E a Reggio Calabria quando molti cittadini hanno manifestato spontaneamente contro l’intreccio ‘ndrangheta-massoneria-affari-politica- istituzioni sono stati sempre ignorati, lasciati soli. Nuccio Barillà, cosnigliere comunale di minoranza a Reggio, Dirigente di Legambiente (chi ha letto la sua relazione sulla città di Reggio e perché quasi nessuno ne accenna?) parla di "lingue biforcute" per indicare amministratori che mentre devastano la città, intrecciano rapporti con il malaffare, si erigono a paladini della legalità. Perché nessuno ha risposto almeno per confutare le sue denuncie?
Perché, allora, in nome di quale generico "noi", se il nemico non è esterno, ma interno a noi, dovremmo manifestare "uniti" in nome di una retorica e languida "comune appartenenza"? Perché tante persone per bene, che rispettano le regole, vivono in onestà, dovrebbero camminare assieme a colletti bianchi, dirigenti, amministratori che negli ultimi decenni hanno consentito la cementificazione, gli affari illeciti, le complicità più inquietanti e che adesso vorrebbero, addirittura, dare lezione di buona amministrazione e di moralità?
Perché chi fatica a vivere con un modesto stipendio o chi è alla ricerca di lavoro dovrebbe camminare assieme a parlamentari che non hanno detto una parola contro i tagli al Sud e che si apprestano a votare tutte le leggi "ad personam", "ad aziendam", per l’impunità del nostro Premier, che considera Mangano un eroe e che non perde occasione per attaccare i magistrati, le leggi dello Stato, la Costituzione? Perché "legittimare" un ceto politico e gruppi dirigenti autoreferenziali, che non vogliono il mutamento, mantengono posizioni di rendite anche quando fanno solenni dichiarazioni contro la ‘ndrangheta?
Conosco il ritornello: bisogna includere, nessuno è abilitato a dare patenti di legalità, bisogna alimentare processi unitari e cercare solidarietà, non servono facili moralismi, condanne generiche, non bisogna aristocraticamente sentirsi migliori. D’accordo, ma perché i giovani davvero antindrangheta, quelli silenziosi, tenaci, impegnati quotidianamente prevaricati, dovrebbero camminare assieme ai giovani mediatici e televisivi che portano striscioni altisonanti e attendono un microfono e una telecamera e intanto perseguono interessi di bottega?
L’antindrangheta avviene per chiamata o non per convinzione?
La manifestazione, come sa Cosenza, giornalista di lungo corso e di illustre tradizione, avrà un senso se libera, aperta, perché no?, da "Libera", senza padri e padroncini, senza sigle, senza slogan, con non un "No ndrangheta" urlato da cittadini che rappresentino se stessi e la migliore Calabria, come un "momento" di una battaglia più lunga e più difficile, quotidiana.






