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I tentacoli della ‘ndrangheta sugli appalti

REGGIO CALABRIA – Anni di angherie, minacce, intimidazioni. Anni di paure e angosce, alle prese con pericolosi criminali capaci di qualsiasi nefandezza pur di costringere la vittima a pagare, imponendo l’abominevole “legge del pizzo”. Poi giunge il momento di dire basta, di rompere con un’esistenza impossibile e imboccare la via della collaborazione con la giustizia. Uno dopo l’altro, due coraggiosi imprenditori diventano “testimoni di giustizia”. Svelano il meccanismo delle estorsioni, indicano ruoli e responsabilità. Tutto confluisce in un’indagine della Guardia di Finanza della Compagnia di Palmi che porta all’identificazione dei componenti del gruppo criminale responsabile fin dai primi anni ’90 dei taglieggiamenti contro numerosi operatori economici della zona tirrenica reggina. Le cosche coinvolte nell’inchiesta, coordinata dai sostituti procuratori distrettuali Roberto Pennisi e Vincenzo D’Onofrio, sono quelle che fanno capo alle famiglie Bellocco di Rosarno, Gallico di Palmi, Mazzagatti-Ruffa di Oppido Mamertina, Nasone di Scilla, Piromalli e Romeo di Gioia Tauro. Accogliendo le richieste degl’inquirenti, i gip Filippo Leonardo e Angelina Bandiera hanno emesso due ordinanze di custodia cautelare, eseguite ieri notte nell’ambito dell’operazione definita “Tallone d’Achille” (nome scelto per sottolineare la vulnerabilità della ‘ndrangheta). In manette sono finiti trentasei dei cinquanta destinatari del provvedimento restrittivo. Le accuse sono di associazione mafiosa ed estorsione. I particolari dell’operazione sono stati forniti ieri mattina in conferenza stampa al Cedir dal procuratore capo Antonino Catanese, dai sostituti Pennisi e D’Onofrio, dal comandante provinciale della Guardia di Finanza colonnello Graziano Melandri, dal comandante della Compagnia di Palmi capitano Antonino Raimondo. Il procuratore Catanese ha sottolineato l’efficienza palesata dalle Fiamme Gialle in un’indagine che ha evidenziato «fatti di natura estorsiva non da strada ma sistematici, con il coinvolgimento anche di imprenditori». Evidenziata, inoltre, l’importanza dei “testimoni di giustizia”, figura prevista dalla nuova normativa che sostituisce quella, ormai tramontata, dei “collaboratori di giustizia”. L’indagine sfociata nell’operazione “Tallone d’Achille” si è sviluppata attraverso la collaborazione di Giorgio Polimeni, di Pellaro, titolare dell’impresa “Amazzonia Vivai” (aggiudicataria dell’appalto dei lavori di intervento straordinario alla villa comunale di Palmi, nei comuni di Scilla e Villa San Giovanni), e di Gaetano Saffioti, titolare di un impianto di produzione calcestruzzi e costruzioni edili. Oltre alla raffica di arresti, i finanzieri hanno sequestrato nove imprese dei settori edilizio, trasporti e movimento terra, per un valore complessivo di oltre dieci milioni di euro (quasi dieci miliardi di lire). Le imprese sequestrate sono di proprietà di alcune delle persone coinvolte nell’operazione. Le indagini erano scaturite da rilievi di natura tributaria eseguiti dalla Compagnia di Palmi partendo da una verifica fiscale nei confronti di una impresa edile. I finanzieri avevano accertato che il titolare dell’azienda, nell’esecuzione di alcuni appalti, aveva fatto scelte antieconomiche, come l’assunzione di personale inidoneo e con un pericoloso curriculum criminale, ed il ricorso a forniture e prestazioni da parte di aziende legate alle principali cosche della ‘ndrangheta della fascia tirrenica. Dall’analisi dei rapporti economici emergevano, inoltre, transazioni finanziarie delle quali l’imprenditore non era in grado di fornire alcuna motivazione. Superata l’iniziale reticenza, il titolare dell’azienda aveva confessato che le somme indicate erano relative ad estorsioni subite. Alle dichiarazioni, raccolte da un ufficiale delle Fiamme Gialle che si era conquistato la fiducia dell’imprenditore, avevano fatto seguito attività di approfondimento istruttorio, a pieno riscontro di quanto riferito dal dichiarante. In particolare, i finanzieri hanno anche filmato – con dovizia di particolari – il “passaggio” di mazzette dall’imprenditore ai suoi taglieggiatori. Dalle indagini è emersa una pervicace presenza di organizzazioni criminali che in passato si sono scontrate in modo cruento per assicurarsi il controllo del territorio. È il caso delle cosche che hanno dato vita alla faida di Oppido Mamertina il cui processo, celebrato con il rito abbreviato, si è concluso di recente davanti al gup Anna Maria Arena con una pioggia di ergastoli su quattro degli imputati. Nello scontro erano state coinvolte le famiglie Ferraro-Polimeni-Mazzagatti da una parte, Bonarrigo-Zumbo-Gugliotta dall’altra. Uno scontro che ha segnato pagine terribili. Come quella scritta l’8 maggio 1997 sulla piazza principale di Oppido da un commando armato di fucili e pistole: un’autentica tempesta di proiettili provocò quattro vittime, di cui due innocenti: il pensionato Giuseppe Bicchieri e la nipotina Mariangela Ansalone, di appena 9 anni.