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Racket scatenato, Lamezia prova a ribellarsi

LAMEZIA TERME – Tra qualche giorno sparirà tutto, l’odore e quello che adesso viene chiamato «il simbolo», come se di moniti a futura memoria ce ne fosse ancora bisogno, in questa terra. L’aria sa ancora di plastica e gomma bruciata, raschia le gole dei cinquemila di Lamezia Terme in marcia sulla via Perugini, verso la meta finale del pellegrinaggio. Il palazzo sembra un torsolo di mela bruciacchiato. Qualcuno ha ripescato dalle macerie l’insegna annerita, che dice «Godino gomme», e l’ha messa sul ciglio della strada. Il negozio – e i suoi affari, e la casa dei suoi figli – di Antonio Godino sono spariti nel rogo. Uomo testardo, questo ex operaio che dieci anni fa aveva aperto una officina di cambio pneumatici. Non voleva pagare il pizzo ad un clan, figuriamoci a due. Per punirlo, i mafiosi hanno dato fuoco all’ intero palazzo. Le fiamme si sono alzate, quattro famiglie senza più un tetto, lo stabile che dovrà essere demolito, ci sono voluti due giorni a spegnere tutto. Dopo lo scempio, Godino ha chiesto al sindaco una sola cosa: «Un magazzino per ricominciare a lavorare». Cronache e voci da Lamezia, «porta d’ingresso della Calabria» per via dell’aeroporto, la città dei tredici attentati mafiosi in una settimana, degli undici omicidi dall’inizio dell’anno, delle due cosche storiche che si fanno la guerra sulla pelle degli abitanti, in una geografia criminale instabile, che prevede tradimenti e cambi di casacca. «Mi chiamo Antonino Tripodi, ho 68 anni, gestisco un autosalone Fiat. Nel 1970 la ‘ ndrangheta sequestrò mio padre. Pagammo il riscatto, tanti soldi, ma non fu sufficiente. Nel 1984 mi bruciarono la casa, una volta all’ anno mi incendiano le macchine che tengo nel parcheggio, ogni tre mesi si "fanno" le vetrine. Oggi viviamo malissimo, il racket non è mai stato così forte». «Io sono Luigi Taiani, vent’anni fa la mia famiglia osò denunciare pubblicamente le persone che ci taglieggiavano. Non accadde nulla. Il primo incendio alla mia azienda risale al 1985, nel 2003 mio padre venne preso a fucilate, nel 2005 ci hanno bruciato i locali un’altra volta, da allora solo intimidazioni "di piccolo taglio". Ma non avevo mai visto nulla di simile a quel che sta succedendo oggi». «Dall’inizio di ottobre tutti mi chiamano "il pazzo" perché ho osato appendere in vetrina il cartello che denuncia le estorsioni che subisco da ormai dieci anni. Prima, ero Roberto Molinaro, titolare di un negozio di articoli sanitari, nato e cresciuto qui, a Lamezia». La novità non è nel numero degli attentati della ‘ndrangheta, una al giorno secondo la polizia, media ponderata tra quelli denunciati e quelli passati sotto silenzio per paura. La novità è questa manifestazione organizzata in fretta e furia, la prima a memoria d’uomo, nata dalla pancia della città, quasi per germinazione spontanea. Un ragazzo, titolare di un blog, ha fatto partire il tam-tam: adesso basta, facciamo qualcosa. L’associazione antiracket, che ha appena celebrato il suo primo anno di vita, si è messa in scia. Cinquemila persone che adesso stanno marciando nella via principale inalberando dei cartelli, questi: «La ‘ndrangheta non passerà», «Facciamoci sentire per non farci seppellire». Ad aprire ci sono i giovani, tanti, ma in corteo ci sono molti dei commercianti che subiscono intimidazioni ed estorsioni, e non era scontato. Perché metterci la faccia non è cosa semplice a Lamezia. All’alba di ieri, poche ore prima della manifestazione, è bruciata un’altra auto. Chi comanda in città è gente a mano armata, che non si scompone per un corteo. La vita vale zero per la ‘ndrangheta, è risaputo. Quasi a fare da contrappunto ai cinquemila in strada c’è anche lo scioglimento del mistero di una delle tanti morti da lupara bianca, tre arresti per una storia che risale al 2002. A quattro anni dalla sua scomparsa, di Santo Panzarella è stata ritrovata solo una clavicola, sul greto di un fiumiciattolo. Era un ragazzo di Lamezia, si era affiliato alla cosca Anello di Filadelfia, si era innamorato, pare ricambiato, della donna del boss. Lo hanno ammazzato senza neppure chiedere il permesso al boss tradito, perché ledeva l’immagine di una cosca emergente. Dopo queste rivelazioni, rischia anche la moglie del capo, che però ha rifiutato la protezione della Polizia. Farà da sola, lo Stato è meglio che non si impicci. È proprio per questo, per la brutalità che si respira come l’aria acida che sta ammorbando Lamezia, che i cinquemila i ieri assumono un valore doppio. Tutti sanno quel che sta accadendo, quando e come è cominciata a peggiorare una situazione già al limite. C’è anche la data: 20 luglio, giorno dell’agguato a Giuseppe Gualtieri, uno dei boss dell’omonima cosca. Una settimana dopo un ragazzo di 18 anni che appartiene al clan rivale, i Giampà, affiliati dei più potenti Iannazzo, viene ucciso a calci in faccia. La guerra comincia, e viene annunciata dalle intercettazioni di alcuni latitanti indagati, nelle quali si parla di «scannare» i reciproci avversari. Lamezia, che era spartita tra le due bande, diventa il territorio dello scontro, perché nessuno vuole mollare un osso che ha molta carne attaccata. È l’ unica città della Calabria in espansione demografica, con i suoi 72 mila abitanti ha superato Cosenza, è al crocevia di tre diverse provincie, una posizione strategica. E nella guerra, i commercianti diventano le pedine da sottrarre ai nemici. Chi paga un clan, ora deve versare denaro anche all’altro. Lamezia non ha avuto un sindaco per quasi tre anni, causa scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Quello che c’è adesso si chiama Gianni Speranza, è un professore di liceo e nell’aprile del 2005, ancora prima di insediarsi, fu accolto con l’incendio del portone del municipio. La scorsa settimana ha convocato una seduta straordinaria per discutere dell’emergenza e ha dovuto subito interromperla. Dalla strada era arrivato l’eco degli spari: due morti ammazzati, tra i passanti che tornavano a casa. «Per cominciare, c’era bisogno di una nostra reazione – dice Speranza -, e c’è stata. Adesso, interventi duraturi e stabili, per favore, basta con la logica dell’emergenza». Se il palazzo annerito al fondo di via Perugini è diventato il simbolo di una reazione, ce ne sono altri che testimoniano invece dell’abbandono. La caserma dei carabinieri, che si affacciava sulla piazza Vittoria è inagibile da anni, i militari si sono trasferiti in un vecchio ospedale dismesso, in periferia, non proprio l’ideale per chi deve controllare il territorio. Il vescovo, Luigi Cantafora, cerca di essere ottimista: «A differenza di altre, questa è una città che sta dimostrando con i fatti di non essere omertosa. Lamezia non sta affondando, può e deve andare avanti». E i cinquemila di ieri sono un piccolo inizio che serve almeno a dimostrare che le nubi tossiche ammorbano, ma possono anche essere soffiate via.