Lamezia, 15 attentati in una settimana. La ribellione in piazza: fuori i clan
LAMEZIA TERME – Quando il corteo è arrivato dove una volta c’era il magazzino di gomme e la casa dei Godino, dalle mura si alzava ancora un filo di fumo nero. Dopo quattro giorni, il palazzo distrutto dal racket, continua a bruciare. Il signor Roberto li ha aspettati lì, dritto sul marciapiede. Stampata sul volto l’espressione di chi ha perso tutto, ma non molla. I figli hanno voluto manifestare assieme a tutti gli altri, hanno camminato spalla a spalla con studenti, commercianti e gente comune. Erano in cinquemila ieri mattina a Lamezia Terme. Incolonnati dietro striscioni sui quali l’invito era chiaro: «Facciamoci sentire per non farci seppellire». Guidati dal sindaco Gianni Speranza e dal governatore Agazio Loiero, entrambi scortati, entrambi consapevoli che «la situazione è difficilissima». D’altra parte la gravità del "caso Lamezia" è sotto gli occhi di tutti. Lo dicono i numeri e gli episodi degli ultimi mesi. Dal gennaio scorso, la terza città della Calabria, che ha pure l’area industriale più estesa della regione, è sotto assedio. Otto morti ammazzati, 85 episodi di danneggiamenti noti, ed almeno tre volte tanti non denunciati. Nel mirino, dice il sindaco, ci sono tutti: «Attività commerciali, aziende, agricoltori e persino liberi professionisti». Sullo sfondo una feroce guerra di ‘ndrangheta tra i Torcasio-Gualtieri e gli Iannazzo-Giampa. Si ammazzano per il controllo del territorio, per avere il predominio sugli affari della droga, degli appalti ed delle estorsioni. In un escalation senza precedenti, alla quale chi si oppone paga. Il 10 maggio 2005 gli uomini dei clan sono arrivati a tirare una bomba alle quattro del pomeriggio, contro un negozio aperto. Attilio Carnevale è concessionario Olivetti e gestisce l’attività assieme alla sua famiglia: «Ho sentito mia sorella urlare e poi un botto tremendo». Un ordigno rudimentale era stato lanciato attraverso l’ingresso, e solo per fortuna nessuno si è fatto male. A Lamezia c’è gente che non si piega. Roberto Molinaro ha un bel negozio di sanitari sul corso principale. Nella vetrina però non ci sono piastrelle, ma un grande manifesto nel quale chiede di sapere a che punto stanno le indagini che lo vedono parte lesa. Molinaro ha denunciato quattro tentativi di estorsione: «Con nome, cognome, indirizzo e fotografia dei malviventi». Ma, dice, «ancora sono tutti fuori». E aggiunge: «Io il mio dovere di cittadino l’ho fatto, altri non credo proprio». La ‘ndrangheta intanto continua a sparare e bruciare. Più di 15 attentati nell’ultima settimana. A partire dai tre autobus incendiati alla ditta Bilotta, per finire con il duplice omicidio in pieno centro di giovedì sera, mentre il consiglio comunale era riunito proprio per dire basta. Una situazione che ha fatto dire al procuratore Raffaele Mazzotta: «Qui è come Beirut».I ragazzi hanno chiuso il corteo scandendo: «Gianni non mollare». Il sindaco ha promesso di andare avanti. E ne spiega la ragione: «Il signor Godino, poche ore dopo che gli hanno distrutto l’attività e la casa, mi ha chiesto se gli trovo un magazzino perché vuole riaprire. Io so che questa è la vera Lamezia, dignitosa e combattiva. Se ci aiutano rompiamo l’assedio e vinciamo. Ne sono sicuro».






