Il “Direttorio” ‘ndranghetista
Una bomba che parla, che avverte, che con tutta probabilità simboleggia, in linguaggio prettamente mafioso, un cambio di strategia, oppure un richiamo all’ordine per la politica e per i magistrati liberi, non allineati al modus pensandi delle cosche. Alla Procura di Reggio Calabria nessuno si aspettava un gesto così sfrontato delle ‘ndrine. Un attacco frontale, deciso e attuato dalla "Camera di controllo" della ‘ndrangheta di cui fanno parte le più importanti famiglie mafiose. E’ una struttura nata nel 1991 in seguito alla seconda guerra di ‘ndrangheta, una carneficina che ha lastricato di sangue le strade di Reggio. Alcune importanti indagini risalenti ai primi anni ’90 hanno permesso di accertare l’esistenza di una sorta di cupola, un "direttorio". Ai suoi albori non permanente come invece lo era la Commissione di Cosa Nostra. Grazie alle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia e attraverso preziose intercettazioni la Dda reggina è riuscita a ricostruire la struttura del nuovo organo ‘ndranghetista, una sovrastruttura con poteri di controllo in grado, scrivono i magistrati, "di imporre direttive decisionali a tutti i clan mafiosi affiliati all’organizzazione criminale". Un collaboratore di giustizia spiega ai magistrati reggini che l’esigenza di verticalizzare il potere della ‘ndrangheta era sorta già nel 1989. Un periodo di cruente faide: A Siderno, a Cittannova, a Taurianova, a Palmi, a Bova, a Reggio Calabria e a su San Luca le giornate si trasformavano in bollettini di guerra. Sangue, morti, paura e riflettori. Le numerose ‘ndrine sentivano l’esigenza di razionalizzare le loro forze. A causa delle faide e delle guerre gli affari venivano trascurati, i boss dovevano pensare prima di tutto alla loro incolumità.
La commissione prende lentamente forma dopo l’uccisione di Paolo De Stefano e nasce, stando alle dichiarazioni del collaboratore Filippo Barreca, per redimere le controversie tra le fazioni in guerra, i De Stefano e gli Imerti. Il promotore della prima conferenza che pacificò le due cosche fu Antonio Romeo, l’avvocato di San Luca figlio del boss Sebastiano Romeo "U Staccu". Questa prima versione della Commissione sarebbe stata composta da Antonio Nirta, da Antonio Pelle "U Gambazza", da Domenico Alvaro di Sinopoli, da uno degli Zito e uno dei Violi, originari di Platì, ma residenti in Canada. La realizzazione dello scopo (la pax mafiosa) per cui era stata creata la Commissione permanente convince anche gli ‘ndranghetisti più restii alle innovazioni strutturali dell’organizzazione. Decisero così di crearne una permanente che, da quanto scrivono i pm, "avrebbe avuto come compito precipuo quello di imporre le linee operative degli affari illeciti a livello provinciale, dirimendo, ove necessario, i contrasti tra le singole famiglie". Dell’esistenze di una cupola furono informati tutte le cosche. La prima delibera della nuova sovrastruttura ‘ndranghetista fu delimitare territorialmente i "locali" dell’organizzazione criminale. Nascono così due "Camere di controllo" o di "compensazione" con competenze territoriali ben precise: una sulla fascia Ionica della provincia reggina e l’altra sulla piana. Il numero di componenti, in seduta comune, era di quindici- sedici mafiosi. Diversi collaboratori hanno riferito i nomi dei componenti e i casati sono sempre quelli. Per la locride Morabito, Papalia, Barbaro, Mammoliti, Nirta, Pelle, Romeo, Ursino, Aquino. Per la Piana e Reggio, Condello, Tegano, Piromalli, Bellocco, Alvaro, Mammoliti, Libri, Mazzaferro. Altra rivelazione di grande rilievo fornita dai collaboratori agli inquirenti riguarda il ruolo di Peppe Piromalli che rappresentava nella "Cosa Nuova" pure le ‘ndrine Muto e Mancuso nonostante fossero fuori dalla provincia reggina.
E’ importante sottolinearlo, perché la "Cosa Nuova", come la definisce un collaboratore, nasce per riunire le cosche del reggino che negli ultimi anni hanno incrementato in maniera esponenziale il loro impero economico. La loro forza negli anni è emersa con prepotenza, un potere realizzato grazie alla strategia del silenzio, una politica mafiosa basata sulla concertazione capace di renderle invisibili come" l’altra faccia della luna". Le dichiarazioni dei collaboratori risalgono al ’94 perciò è presumibile un cambio nell’organigramma di quella che, semplificando, chiameremo "Cosa Nuova". E sono molte le menti ‘ndranghetiste in grado di assumere ruoli di primari importanza nel "direttorio"mafioso. Ci sono le menti imprenditoriali residenti a Buccinasco, allo stato latitanti: Domenico Papalia e Antonio Perre, due giovani rampolli latitanti che potrebbero rappresentare sia la ‘ndrangheta di ultima generazione sia quella dei loro padri, detenuti al 41 bis, e delle ‘ndrine di San Luca. La moglie di Domenico Papalia è infatti di San Luca e considerando il vuoto di potere lasciato dalla morte del capobastone Antonio Pelle "u Gambazza" , mediatore insieme a Francesco Barbaro tra le due fazioni coinvolte nella faida di San Luca, tutto farebbe ipotizzare che i mafiosi di Platì siedano al vertice della "camera di controllo" della Locride. La loro capacità di mimetizzarsi nel tessuto lombardo potrebbe averli fatti apprezzare dalle altre ‘ndrine che non hanno mandato giù l’azione eclatante di Duisburg, frutto dell’odio atavico tra le due cosche evidentemente isolate. Un errore costato numerosi arresti e sequestri milionari. Per il "direttorio" della Piana probabili elementi di spicco potrebbero essere Domenico Condello di Archi e Giovanni Tegano di Reggio Calabria, allo stato latitanti, senza dimenticare, infine, i padroni della Piana: i Piromalli e i Bellocco.
Cupola, tritolo e cultura mafiosa – Alla luce dell’evoluzione organizzativa che ha modificato il modus operandi della ‘ndrangheta la bomba contro la Procura di Reggio assume un valore ancor più significativo. Non è opera di ‘ndrine sciolte, è l’azione concertata di una cupola decisionale che ha sentito il bisogno di far sentire la propria voce. E quando la ‘ndrangheta deve comunicare qualcosa lo fa con il tritolo, con il C4, con i kalashnikov. Parole infuocate che tentano di ardere le poche sacche di resistenza rimaste della Calabria onesta. Parole pronunciate con prepotenza, come è loro solito fare, da una cupola che strangola brutalmente i sogni e le speranze dei giusti. "Una cupola che sembra la normalità". Come normale era per i rosarnesi accettare che migliaia di esseri umani venissero schiavizzati nei loro appezzamenti di terreno fino a quando Spartacus non si è ribellato per tentare di spezzare le catene. A quel punto è stato sufficiente affidarsi ai metodi mafiosi per intimidire i "miserabili" dell’Africa. Appare inutile, dunque, chiedersi e aspettare il responso della magistratura sulla presunta manipolazione della rivolta di Rosarno da parte della ‘ndrangheta, quando il tessuto sociale ed economico è pervaso e avvelenato da una cultura mafiosa le cui ultime vittime sono stati proprio i nuovi schiavi della Piana. Come una volta lo erano i braccianti calabresi e siciliani sfruttati dagli agrari e dai mafiosi travestiti da fattori e da guardiani.
Le finalità del "Direttorio"- Salvaguardia delle alleanze interne ed esterne (con Cosa Nostra, Camorra e Sacra Corona Unita); creazione di un sistema organizzativo a compartimenti stagni, in modo da eliminare la possibilità di conoscere i componenti dei singoli "locali" prevenendo al massimo la possibilità che eventuali collaboratori possano riferire all’esterno dati sull’organizzazione e sui componenti della stessa; possibilità di eliminare tutti i vecchi e nuovi nemici dell’organizzazione di comune accordo, al fine di prevenire le vendette isolate e decidere a livello collegiale in modo tale che il nemico non potesse avere più scampo; possibilità d’intervenire nell’ambito delle faide familiari, per eliminare chi, nonostante l’ordine che non devono esserci più guerre, continui nelle sue vendette di sangue (Ciò non rientrava nei principi della vecchia organizzazione che non consentiva delle c.d. faide di sangue).






