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Anche a Rosarno una “Mama Africa”

“Mama Africa”. Non è Miriam Makeba, la soave voce sudafricana contro l’apartheid che si era spesa anche a sostegno di Roberto Saviano e contro la camorra. Mama Africa del nostro continente è Norina Ventre, la mamma degli africani di Rosarno. E’ colei che cucina per loro, che se ne prende cura. Colei che ancora prima dell’intervento di Medici senza Frontiere, forniva loro anche le medicine. Il suo cognome è emblematico se pensiamo che il ventre materno è il luogo in cui ogni essere umano è protetto, accudito, nutrito prima dello sbarco nel mondo. Di lei colpisce l’amore con cui accompagna i gesti di solidarietà verso queste persone con la pelle nera e l’affetto con cui custodisce foto e ricordi dei legami che nel tempo la uniscono profondamente a questa umanità emarginata. E come un madre non opera distinzione tra i figli che genera, così “mama Africa” non si preoccupa della nazionalità di coloro a cui da anni ogni domenica prepara il pranzo. “Per me sono tutti uguali” dice “e l’unica cosa importante è prestare loro aiuto perché hanno bisogno”. Mama Africa, così la chiama il popolo africano che lei ha adottato da quasi vent’anni, ha parole semplici, le uniche che senza retorica spieghino efficacemente perché si spenda così tanto per il popolo africano di Rosarno. Norina Ventre è nata e cresciuta a Rosarno, vedova e maestra di scuola materna in pensione, oggi ha 81 anni. La sua vitalità e il suo autentico spirito di solidarietà e accoglienza inorgogliscono anche chi ha il privilegio di raccogliere la sua testimonianza.

Nell’occasione della festa della mamma, Norina ha deciso di festeggiare i suoi ragazzi, cucinando il pollo con le patate. Aiutata da un gruppo di vedove, mentre preparava il pranzo per 120 persone, Norina ha raccontato a Strill.it la sua contentezza nel festeggiare in questo modo la festa della mamma. “Ci sarà anche il dolce – ha detto – grazie a delle colombe donate da alcune famiglie”. Norina ha festeggiato così per i centinaia di cittadini africani – molti giovani – provenienti da Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali, Nigeria, Niger, Ghana, Togo, Somalia, Liberia, Gambia. Arrivano in Calabria per lavorare. A Rosarno serve manodopera per raccogliere arance e mandarini per 25 euro al giorno. Allora raccolgono arance e mandarini. Arrivano e la certezza del lavoro di anno in anno è sempre meno certezza, mentre peggiorano le condizioni di vita che la quotidianità dei due siti principali, la Rognetta e l’ex-Cartiera, impongono. Baracche di carta, clima di violenza, discriminazione e sopraffazione, in una lingua di terra in cui le infiltrazione mafiose sono una costante, e un lavoro che non basta più per tutti perché la politica agricola non è più florida come un tempo. Ma esiste anche altro per gli africani che arrivano a Rosarno. C’è l’amore di Norina e l’entusiasmo con cui coinvolge anche le altre signore vedove del paese. C’è anche la solidarietà della cittadinanza di Rosarno che sceglie di non voltarsi dall’altra parte. Nella sua campagna vicino la Rognetta, uno dei due luoghi a Rosarno dove risiedono in un accampamento centinaia di cittadini africani, in occasione della festa della mamma ha allestito una mensa per festeggiare, soprattutto per questa ricorrenza, i “suoi figli africani”. Ci teneva in modo particolare. Con la macchina che guida da 52 anni ha trasportato nella sua campagna quanto necessario per allestire la mensa. In questi clima di festa che tanto aveva il sapore di quell’amore materno incondizionato, le abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia.

Come nasce questa storia di adozione del popolo africano a Rosarno?

“Tutto è iniziato nel 1992, quando presso la vecchia scuola materna di Rosarno, qui vicino casa mia, ho portato dei tavoli e ho allestito una mensa per chi avesse bisogno di un pasto caldo. Il legame stretto con gli africani a Rosarno è iniziato così. Da allora loro vedono in me una mamma che li ascolta e li aiuta. Mi raccontano delle loro paure, come mi hanno raccontato anche dei ricatti che subiscono affinché rinuncino ai soldi che guadagnano raccogliendo arance nei campi ogni giorno”.

Un legame che è cresciuto nel tempo e che ormai rappresenta per queste persone un punto di riferimento.

“Mi chiamano mama Africa in ragione di questo legame che nel tempo si è rafforzato. Non si tratta solo dei pranzi e dei venti chili di pasta, ma di una presenza su cui loro possono contare. Con il gruppo di vedove che mi affianca periodicamente forniamo anche vestiti, scarpe e coperte. Li ascoltiamo".

Nascono anche storie di affetto e amicizia, tra cui quella di Giovanni. Ce la racconta?

“Giovanni oggi ha cinque anni e presto andrà a scuola. L’ho battezzato io e adesso mi accingo ad essere madrina anche del secondo figlio, per il quale sto preparando il corredino, di questa coppia di persone che ho aiutato dal primo momento”.

La cittadinanza di Rosarno si trova a convivere ormai da decenni con il popolo africano. Lei che è parte attiva di questo clima di accoglienza cosa percepisce?

“Io percepisco tanta solidarietà. Tutti aiutano, anche chi non si fa vedere. Posso testimoniare che c’è tante gente che comprende l’umana situazione di queste persone e che si prodiga per assicurare ciò che indispensabile ad una vita dignitosa. Il motivo per cui io decido di raccontare è proprio per testimoniare che tanti altri ci sono e che il bisogno che queste persone manifestano è reale e necessita dell’impegno di tutti”.

Norina ha poi proseguito nel cucinare il pollo con le patate che i tanti africani aspettavano lì nella sua campagna, come tante altre domeniche era successo e come per tante domeniche ancora sarebbe accaduto. Voleva raccontare ma voleva anche proseguire nel suo lavoro in cucina. Sapeva che tanti “suoi figli” l’aspettavano.