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Calabria regina del lavoro irregolare

Il lavoro sommerso è diffuso su tutto il territorio nazionale, non conosce confini regionali. Un fenomeno conosciuto, sottaciuto, sottovalutato. Altrettanto nota era la "questione Rosarno" e di come il caporalato fosse divenuto sistema, prassi, consuetudine. Numerose inchieste giornalistiche e reportage di organizzazioni umanitarie hanno più volte denunciato lo sfruttamento dei migranti negli agrumeti della Piana e le condizioni disumane in cui vivevano i nuovi schiavi di Rosarno.

L’eliminazione del lavoro nero dalle campagne italiane creerebbe una sommossa popolare da parte di coloro che grazie allo sfruttamento della manodopera in nero hanno creato immense fortune. Un esempio di come l’aspetto illegale diventa solida base su cui erigere un attività economica legale. Il fatto che un’ impresa per essere competitiva debba abbattere i costi del lavoro merita una riflessione da parte delle istituzioni. E non soltanto nel momento in cui scoppia un’ emergenza. Perché la questione schiavistica nel sud Italia non è una novità, come non lo è il lavoro sommerso in tutta Italia. Lo dimostrano i dati Istat aggiornati al 2006, pubblicati nel 2008. Secondo i quali e’ la Calabria la prima regione per lavoro irregolare in agricoltura con una percentuale compresa tra il 46 e il 51, 8 per cento. Vuol dire che un bracciante su due è senza contratto di lavoro, invisibile e senza tutele. Ed è sempre la Calabria a detenere il primato negativo di regina del lavoro nero nel rapporto del Ministero del Lavoro datato 2008. Il tasso di irregolarità nel mezzogiorno è pari al 19 per cento. Il dato disgregato dice che in Calabria il tasso è dell’oltre 10 per cento. E’ un dato che comprende il lavoro irregolare in tutti i settori economici e non solo in agricoltura, anche se nel rapporto si specifica che i tassi più alti sono stati riscontrati nel settore agricolo.

Stupisce, dunque, l’immobilità istituzionale e politica di fronte ad un fenomeno studiato, denunciato e analizzato da più attori istituzionali e non. L’ultimo dossier della Caritas stima in 500mila i lavoratori stranieri privi di regolare contratto lavorativo, molti dei quali senza neppure il permesso di soggiorno. Dopo la rivolta di Rosarno il Governo è intervenuto duramente. Le vittime sono state spedite nei centri d’identificazione ed espulsione, scacciati e rinchiusi in prigioni per migranti come fossero manodopera usa e getta. I carnefici lasciati in libertà vigilata pronti ad obbedire al gran consiglio della ‘ndrangheta. Dopotutto è questione di tempo, nuova carne nera arriverà, pronta ad essere schiavizzata. E quando i nuovi migranti giungeranno nella Piana degli schiavi, i riflettori si saranno spenti, gli occhi degli italiani staranno già guardando altrove e il Governo, finché le nuove braccia non fiateranno e non recheranno fastidio agli accoglienti residenti di Rosarno, potrà dormire sonni tranquilli. Almeno fino alla prossima rivolta scatenata da chissà quale atto d’intolleranza razzista. E lì, tra scheletri di vecchie fabbriche dismesse e agrumeti profumati, aleggia un divieto scalfito indelebilmente su un muro, "Avoid shooting blacks". Non è permesso sparare ai neri. Un divieto che a Rosarno viene infranto di continuo.