Guerra allo Stato, quando le ‘ndrine dissero no a Cosa Nostra
"In Calabria non si era mai stati favorevoli al rumore e allo scontro aperto con le istituzioni, abbiamo sempre preferito delegittimare i giudici scomodi". Collegato il 10 gennaio 2007 in videoconferenza con il tribunale di Vibo Valentia dove si celebra il processo "Genesi", Franco Pino non parla per sentito dire. L’ex boss di Cosenza, condannato per l’omicidio dello storico capobastone Luigi Palermo (14 dicembre 1977) e collaboratore di giustizia dal 1995, alle domande del pm Marisa Manzini risponde per conoscenza diretta. Personalissima. Al tavolo del residence "Sayonara" di Nicotera Marina, nell’estate 1992, Franco Pino siede perché espressamente invitato dal padrone di casa, il boss del Vibonese Luigi Mancuso che quell’incontro conviviale lo ha organizzato, all’apparenza, "per far conoscere agli amici Franco Coco Trovato". La caratura criminale dell’ospite d’onore, capo della ‘ndrangheta del Milanese e Lecchese, sembrerebbe giustificare la cortesia e il livello degli invitati. "Al pranzo ci recammo io, Carelli, Marincola, i Farao; io sono andato per fatti miei con Umile Arturi. Una volta lì mi incontrai con un nipote di Mancuso, tale Pantaleone, con lo stesso Luigi, Nino Pesce, Franco Coco Trovato e un figlio della buonanima di Paolo De Stefano". La geografia criminale della Calabria è rappresentata tutta: ci sono Cosenza (Pino), Crotone (Farao), Vibo (Pesce), Rosarno (Pesce), Reggio Calabria (De Stefano) e c’è pure la ‘ndrangheta del Nord (Coco Trovato). Un pranzo che somiglia tanto ad un summit, tanto più che quell’estate è calda assai: prima Falcone, poi Borsellino e ora lo Stato che sta mettendo a punto misure durissime. Tra un bicchiere di vino e un piatto di pesce fresco, è Nino Pesce – ricorda Franco Pino – ad introdurre la portata principale: "C’erano state persone di Palermo, che io non so indicare perché non mi sono stati fatti i nominativi … che avevano invitato personaggi della ‘ndrangheta calabrese a unirsi a loro per perpetrare degli attentati a obiettivi istituzionali". "Pagherete anche voi le colpe – avrebbero detto i siciliani – quindi tanto vale che vi associate a questi discorsi, perché tutti insieme siamo più forti e si può costringere lo Stato a trattare…". Su cosa? "La legislazione del 41 bis" e "altre leggi che si andavano improntando". Alla proposta, ricorda Pino, non vi furono "reazioni vere e proprie": "Io ho avuto modo di discuterne con Mancuso che non condivideva questo tipo di strategia. Per quanto concerne gli altri partecipanti alla riunione si facevano più che altro ipotesi, non è niente di certo, niente di affermativo". Alla fine fu un no.






