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Fortugno, 4 ergastoli in primo grado

Con quattro condanne all’ergastolo, così come aveva chiesto l’accusa, e tra l’indifferenza della città, si è concluso a Locri il processo di primo grado per l’omicidio del vice presidente del Consiglio regionale della Calabria Francesco Fortugno, ucciso a Locri il 15 ottobre 2005. La massima pena è stata inflitta ad Alessandro e Giuseppe Marcianò, padre e figlio, ritenuti i mandanti del delitto, a Salvatore Ritorto, accusato di essere stato l’autore materiale, ed a Domenico Audino. «Oggi si è raggiunto un primo importante passo, ma invito a continuare le ricerche per raggiungere gli altri livelli» è stato il commento della vedova, Maria Grazia Laganà, deputato del Pd, riferendosi ad un secondo livello sempre ipotizzato, ma ancora non emerso dalle indagini giudiziarie. «La sentenza – ha aggiunto – è venuta dalla Corte d’assise di Locri in cui oltre ai togati ci sono giudici popolari. È un messaggio importante per la Calabria che ha ancora la speranza di rinascere». La parlamentare ha assistito alla lettura della sentenza con accanto i figli Giuseppe ed Anna, e non ha potuto trattenere lacrime di commozione quando ha sentito il verdetto di condanna. Al suo fianco anche il deputato del Pd Giuseppe Lumia. «La sentenza – ha detto – può diventare una risorsa per dare coraggio alla società». Erano le 10.15, quando la Corte d’assise, presieduta da Olga Tarzia, ha fatto ritorno in aula dopo una settimana esatta di camera di consiglio ed al termine di un processo durato due anni, snodatosi in 110 udienze e con oltre 200 testimoni passati davanti ai giudici. E quando è cominciata la lettura del dispositivo, subito si è creato un equivoco. La presidente, infatti, ha citato Alessandro e Giuseppe Marcianò, facendo seguire la parola assolti. Immediatamente dal settore riservato al pubblico, occupato esclusivamente dai parenti degli imputati, si sono sollevate grida di gioia. Ma proseguendo la sua lettura, la presidente della Corte ha poi associato i nomi di padre e figlio alla parola ergastolo e le grida di gioia si sono tramutate in urla di disperazione e invettive contro i giudici. I due Marcianò, infatti, sono stati assolti sì, ma dall’accusa di associazione mafiosa, anche se nell’accusa di omicidio rivolta loro c’è l’aggravante delle modalità mafiose. Per capire come i giudici della Corte sono giunti a questa determinazione occorrerà attendere le motivazioni della sentenza, previste entro 90 giorni. Ma soprattutto bisognerà vedere come questa assoluzione sarà valutata in sede di appello. La circostanza, ovviamente, non è sfuggita ad uno dei difensori dei due Marcianò, l’avv. Menotti Ferrari, che ha sottolineato come l’assoluzione faccia «cadere la causale politica e fa diventare questo omicidio un fatto personale». Sin dal primo momento, il delitto Fortugno è stato classificato come politico-mafioso. Il movente del delitto delineato dai pm Mario Andrigo e Marco Colamonaci, comunque, non sembra venire intaccato. Per la Dda reggina, Alessandro Marcianò, caposala all’ospedale di Locri, e suo figlio Giuseppe, avrebbero voluto la morte di Fortugno per consentire l’ingresso al Consiglio regionale (così come poi è avvenuto), di Domenico Crea, primo dei non eletti della Margherita, al quale erano entrambi legati. Del progetto d’omicidio, però, Crea, che poi ha lasciato la Margherita ed è attualmente detenuto per un’altra inchiesta sui rapporti tra politica e ‘ndrangheta nel settore della sanità, non avrebbe saputo nulla, tant’è che non è mai stato indagato per l’omicidio. Oltre alle condanne per l’omicidio Fortugno, la Corte d’assise ha inflitto tre condanne per associazione mafiosa a Vincenzo Cordì (12 anni contro i 16 chiesti dall’accusa) Carmelo Dessì (quattro anni contro i 12 chiesti) e Antonio Dessì (otto anni così come era stato chiesto). Per l’ultimo imputato, Alessio Scali (tre anni e sette mesi la richiesta), i giudici hanno dichiarato il non doversi procedere in quanto già condannato per i fatti contestati.