Don Ciotti: il cambiamento ha bisogno di tutti
Qual è l’importanza della confisca dei beni?
E’ importante per almeno tre ragioni. Innanzitutto è uno strumento fondamentale per colpire le basi del potere mafioso, quel capitale economico costruito sul sangue, sulla violenza, sullo sfruttamento e sulla corruzione. La seconda ragione è che restituisce alla collettività un bene che le appartiene e su quel bene costruisce opportunità, posti lavoro, speranze di cambiamento. La terza ragione è di ordine culturale: bene confiscato significa ridare valore al concetto di "spazio pubblico", concetto più che mai a rischio in un’epoca in cui "bene condiviso" diventa spesso "bene esclusivo". Per questo come Libera abbiamo fortemente voluto – raccogliendo a suo tempo un milione di forme – la legge 109-96 sull’uso sociale dei beni confiscati. E’ una norma che arricchisce la legge Rognoni-La Torre del 1982 di un valore al tempo stesso simbolico e operativo: la lotta alle mafie è "cosa nostra", di tutti, e proprio questo la legge si propone di realizzare: saldare la fase investigativa e repressiva della magistratura e delle forze di polizia, con l’impegno delle istituzioni, delle Prefetture, dei Comuni, delle associazioni della società civile e responsabile.
La valutazione dei problemi causati dalla ‘ndrangheta, spesso sottovalutata rispetto ad altre mafie come quella siciliana e la camorra: cosa ne pensa?
Sulla forza della ‘ndrangheta abbiamo da anni analisi approfondite. E’ ormai evidente che ci troviamo di fronte alla più potente delle mafie. Potente per la sua capacità di agire sotto traccia, di diffondersi su tutto il territorio nazionale e per una dimensione internazionale che l’ha portata a un ruolo di primo piano nella gestione dei traffici illeciti in tutta Europa, in particolare di quello di cocaina. Ma potente anche per la sua struttura e organizzazione interna, quel saper stabilire vincoli di "appartenenza" così forti da rendere meno frequenti che nelle altre mafie i casi di dissociazione. Non credo quindi che ci sia stata una sottovalutazione del fenomeno, quanto un’oggettiva difficoltà a contrastare un’organizzazione criminale tanto compatta, diffusa e influente.
Cosa ne pensa di questo attacco ai magistrati calabresi?
E’ un segno certo inquietante, che va colto e approfondito in tutte le sue dinamiche. Da parte nostra, come Libera, sentiamo che non basta esprimere la pur doverosa solidarietà. E’ oggi più che mai necessaria la corresponsabilità. Il cambiamento ha bisogno del "noi", del contributo di tutti. Si fonda su un impegno quotidiano dal quale nessuno deve ritenersi esente. Democrazia, ovvero affermazione dei diritti, proprio questo significa: vivere fino in fondo i nostri doveri di cittadinanza.
Quali sono, oltre alla confisca beni, le strade per combattere-arginare la mafia?
Lotta alla povertà e alle disuguaglianze sociali, costruzioni di opportunità e di posti di lavoro. In una parola politiche sociali volte a difendere e promuovere la libertà e la dignità di ogni persona. Questo però non può avvenire senza un grande investimento culturale. Il cambiamento deve essere innanzitutto di mentalità, deve essere estirpata la "mafiosità" strisciante, l’individualismo insofferente delle regole, la ricerca del privilegio, dell’interesse privato contro quello pubblico. E’ fondamentale in questo il ruolo della scuola e della "extra scuola", quei percorsi educativi che alimentano la coscienza critica e stimolano alla responsabilità e all’impegno. Ne era convinto un grande calabrese come don Italo Calabrò, educatore, animatore e costruttore di speranza in quelle terre, che di fronte alla violenza criminale della ‘ndrangheta richiamava la mobilitazione di tutte le coscienze, civili e cristiane. «Il discorso della mafia – diceva don Italo – deve essere inserito in un contesto molto più ampio, non può essere isolato da un fenomeno di disgregazione di valori e di corsa sfrenata dietro falsi valori».
Va da sé che tutto questo non può avvenire senza il contributo fondamentale della politica. Politica alla quale chiediamo, in uno spirito di corresponsabilità e di confronto costruttivo, "politiche" chiare, coerenti, lungimiranti. Sono certo importanti gli arresti e processi, ma il cambiamento richiede un impegno anche su altri piani: non dobbiamo dimenticare che la base della legalità è la giustizia, cioè la dignità di tutte le persone e la loro uguaglianza di fronte alla legge. Non ultimo è fondamentale l’elemento della memoria che si fa impegno: ci sono tante famigliari di vittime delle mafie che attendono ancora giustizia e verità: non dobbiamo lasciarli soli, e lo stesso vale per quei testimoni di giustizia che hanno disinteressatamente messo la propria vita al servizio del bene comune.
Cosa ne pensa del riciclaggio mafioso al di fuori delle regioni del Sud?
Penso che non sia una novità. Le mafie investono dove le economie sono più forti e quindi è maggiore la possibilità di profitto. Nelle sue derive spesso inquietanti, la globalizzazione finanziaria ha certo favorito questa diffusione dell’economia mafiosa, ma non dobbiamo dimenticare l’altra faccia della medaglia. Parlo delle forme diffuse di illegalità e di corruzione, degli appalti pilotati e dei monopoli che uccidono la concorrenza e soffocano il mercato. C’è un intero paese che deve interrogarsi su questo, perché è da questa crisi etica e di legalità che il potere mafioso ottiene il suo "viatico".
La costruzione del Ponte sullo Stretto può rappresentare per la ‘ndrangheta un’occasione di arricchimento?
E’ un rischio che denunciamo da anni; da anni sosteniamo che, oltre a unire due coste, quel ponte potrebbe unire "due cosche". Ma è un rischio connesso a tutte le grandi opere, al Sud come al Nord, dove il grande flusso di denaro attira gli interessi criminali, la loro capacità di penetrazione e di mascheramento. Questo non significa certo smettere di costruire, ma costruire nella presenza almeno di una duplice garanzia: che esistano sistemi di controllo capaci di smascherare ogni forma d’illecito e che le opere progettate siano davvero di interesse pubblico.
In conclusione che futuro vede per la Calabria?
Voglio sottolineare il positivo di questa regione. Penso ai magistrati, alle forze di polizia, ma anche alle associazioni, ai gruppi, ai movimenti, laici e cristiani. A tanti amministratori e sindaci seri, onesti. Persone che nella trasversalità, con competenze e riferimenti diversi, alimentano la speranza e onorano nei fatti il nome di una terra, Calabria, che in greco antico significa "faccio sorgere il bene".






