“Le vittime innocenti assassinate dai killer della ‘ndrangheta”
Morire per errore. Vittima di un killer che sbaglia bersaglio. Che preme il grilletto mentre è in preda alla trance omicida, con l’adrenalina a mille e il cuore che pulsa impazzito. Il sicario ha solo pochi secondi per decidere. I movimenti veloci, le urla, le istintive reazioni di chi si trova sotto il tiro di un’arma gl’impongono di fare in fretta. Perciò spara, per ansia e per paura. Teme d’essere scoperto, di fallire, di rimanere ucciso…
L’altra sera Fazio Cirolla, 42 anni, una onesta vita di lavoro alle spalle, è stato scambiato per un altro. E ci ha rimesso la vita. Con un colpo dritto in fronte. La sua fine è identica a quella riservata dal destino a Tonino Maiorano, un operaio forestale assassinato davanti allo stadio di Paola il 21 luglio del 2004. Un "azionista" lo scambiò per il boss Giuliano Serpa che fino a qualche minuto prima era seduto sulla stessa sedia e sfogliava il medesimo giornale. Pure Maiorano venne finito con un colpo alla testa, quasi fosse un padrino. «Signor giudice non vivo per il rimorso: era il mio primo omicidio…»: Adamo Bruno, l’uomo che l’uccise, decise dopo pochi mesi di collaborare con la giustizia. L’angoscia, infatti, lo stava stritolando perchè non era un sicario di professione. Aveva accettato di chiudere quattro "contratti", tutti nel Paolano, in cambio di cinquantamila euro. Alla prova del fuoco commise un errore che non seppe perdonarsi. Lo stesso errore che fecero gli attentatori entrati in azione il 24 ottobre del 2002 a Cassano. Volevano ammazzare uno dei fratelli Forastefano e, invece, centrarono un incolpevole agricoltore, Francesco Salerno, 44 anni, colpevole solo d’essere in compagnia delle vittime designate al momento dell’agguato. E che dire della strage di Oppido Mamertina, quando un "commando" sceso armi in pugno nella piazza principale del paese per ammazzare due giovani che si trovavano in una macelleria, Giovanni Polimeni e Vittorio Rustico, compiuta la missione rivolgono poi i loro fucili contro una Fiat Croma condotta da un pensionato. Gli assassini pensano si tratti delle vettura di Domenico Polimeni, padre di Giovanni, e sparano all’impazzata. Dentro, invece, ci sono Giuseppe Bicchieri, la moglie, Annunziata Pignataro, la figlia, Francesca Bicchieri e gli adorati nipotini Giuseppe e Mariangela Ansalone. Il pensionato che è alla guida e la piccola Mariangela non hanno scampo, gli altri tre occupanti rimangono invece gravemente feriti. C’è infine un altro delitto assolutamente dimenticato costato la vita all’incolpevole custode d’un museo veneziano. Si chiamava Salvatore Altomare e il 23 luglio 1981 era con la sua famiglia in vacanza a Cosenza quando si trovò involontariamente nella centrale via cittadina in cui fu teso un agguato mortale a Carlo Rotundo, "uomo di rispetto" della malavita cosentina. I sicari aprirono il fuoco contro Rotundo e, insieme a lui, uccisero pure il povero Altomare che stava recandosi a comprare un vestitino per la figlioletta. Il destino beffardo, il nervosismo e l’approssimazione dei killer legano tragicamente le storie che vi abbiamo raccontato.






