Omicidio Scopelliti, l’amarezza di Boemi: non accetto quella sentenza
REGGIO CALABRIA – "Una pagina di storia su cui è caduto uno strano silenzio che poi tanto strano non è. Anche se questo grande figlio di Calabria, che avvertiva prima di altri le problematiche del suo tempo, avrebbe meritato ben altra attenzione. Noi però non lo abbiamo mai dimenticato né abbiamo sottovalutato l’enormità dell’omicidio Scopelliti". Si sente sul banco degli accusati ma sa di avere buone prove a discarico. Perché lui la verità sulla morte del giudice Nino Scopelliti, la stessa che oggi la figlia del magistrato ammazzato a Campo Calabrò, Rosanna, chiede a voce alta ai Condello e ai De Stefano, l’ha fiutata insieme con Giovanni Falcone ("All’epoca però non avevamo riscontri alle nostre ipotesi") già il 9 agosto 1991, data dell’omicidio, e poi, "quando si chiuse il cerchio", l’ha portata davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria. Per Salvatore Boemi quell’ipotesi accusatoria, naufragata in Appello, ha l’evidenza della verità storica. "Tra il 1993 e il 1994 – ricorda il magistrato che oggi dirige la Stazione unica appaltante della Regione Calabria – la Dda di Reggio ha lavorato su tre importanti filoni: l’inchiesta "Olimpia", legata al tentativo contrastato da tutti di fare chiarezza sulla ‘ndrangheta, l’omicidio di Ludovico Ligato e, appunto, l’omicidio di Nino Scopelliti dopo il quale, misteriosamente, a Reggio Calabria tacque la guerra di mafia. Ci sono stati magistrati che hanno trascorso notti intere sulle carte processuali e costruito un’ipotesi accusatoria che ha retto a due dibattimenti di I grado fino alla prima sentenza, estremamente motivata, con la quale i giudici hanno riconosciuto il patto tra i vertici di Cosa nostra e ‘ndrangheta e la validità del teorema Buscetta". Sugli avvenimenti processuali successivi Boemi non nasconde più il suo scoramento; di più, la sua rabbia. "Quel teorema purtroppo fu per la prima volta disatteso proprio a Reggio Calabria con la sentenza di Appello che ha stravolto quello che altri giudici, in maniera puntuale, avevano scritto. Oggi da pensionato posso finalmente dire che non accetto e non condivido quella sentenza che nega il coinvolgimento di Cosa nostra e che, essendo una sentenza sbagliata, non ci permetterà di raggiungere una verità giudiziaria sull’omicidio Scopelliti. Non è infatti possibile istruire un altro processo perché esiste già una verità storica ed è che Scopelliti fu ammazzato per il delicatissimo incarico che aveva ricevuto nel maxiprocesso di Palermo. Cosa nostra lo voleva morto e mai causale fu così possente e cristallina: nel maxiprocesso era in gioco la persistenza della segretezza di Cosa nostra, i progetti e il futuro dei mafiosi siciliani. Totò Riina predicava che il processo doveva saltare, magari dilatando il più possibile i termini di custodia cautelare. Quando svanì la speranza che a trattare la pratica in Cassazione fosse il giudice "ammazzasentenze" Corrado Carnevale – su 100 indagini di mafia ne aveva annullato 80 per vizi di forma -, e quando si decise di puntare sul fiore all’occhiello dell’ufficio, e cioè, sul sostituto procuratore generale Nino Scopelliti, a Cosa nostra non restò che passare alle vie di fatto".






