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Breve storia della ‘ndrangheta 2/3

Il 20 gennaio del 1975 accade l’impensabile. Cade il boss dei boss, don ‘Ntoni Macrì. Aveva settant’anni (cinquanta dei quali passati a compandare). Negli anni Sessanta e Settanta è il capo incontrastato della ‘ndrangheta, uomo che fa parte di Cosa nostra e che parla alla pari con i compari statunitensi, canadesi o australiani. E’ il custode della vecchia ‘ndrangheta, fatta di rispetto e contraria ai sequestri di persona. E che faceva un mare di soldi con il contrabbando delle sigarette e che cominciava a gestire gli appalti pubblici.
Macrì aveva imposto la guardiania a tutti i proprietari ed era il giudice assoluto per tutte le controversie che avvenivano sul territorio di Siderno e Locri. Ma un’era stava finendo. Sotto la pressione incessante di don Mommo Piromalli – subito sostenuta dai rampante boss di Archi De Stefano – che pensava che la ‘ndrangheta non dovesse rifiutare a priori l’idea dei sequestri di persona ma che soprattutto dovesse scegliere di non fare la guerra allo Stato ma di farci gli affari magari discutendoli dentro le logge massoniche. L’ultimo tassello che completa la grande trasformazione è la scelta di puntare sui traffici di droga.
Le visioni sono inconciliabili. Scoppia così la prima guerra di mafia. Con Piromalli e De Stefano si schierano subito gli Strangio di San Luca, i Barbaro di Platì, i Mammoliti di Castellace, i Ietto di Natile di Careri. La lupara spara il 20 gennaio del 1975, ‘Ntoni Macrì ha appena finito la sua partita a bocce a Siderno, i killer – che avevano agito su preciso mandato dei De Stefano – entrarono in azione, spararono 32 colpi e non lasciarono scampo al boss dei boss. Erano spietati, a volto scoperto, spararono ben due colpi di grazia (al petto e alla testa). Ferirono anche il guardaspalle del padrino di Siderno Francesco Commisso. Solo il 5 gennaio aveva pagato il figlio di Giuseppe Zappia, Vincenzo. Numerosi attentati al presidente del summit di Montalto fallirono fino al 5 agosto 1993.
I rapporti tra Macrì e i De Stefano erano precipitati l’anno precedente quando, secondo quanto ricostruito dalla polizia da racconti confidenziali, durante un vertice – in occasione del matrimonio di Girolamo Mazzaferro al Jolly hotel di Gioia Tauro – Macrì e Giorgio De Stefano rischiarono di venire alle mani perché il patriarca di Siderno aveva difeso don Mico Tripodo, capobastone di Reggio Calabria dai tempi del suo scontro – tra il 1958 e il 1959 – con Domenico Strati e adesso odiato dai De Stefano che consideravano la sua stessa presenza un freno alla loro crescita negli equilibri criminali della città. Fu l’intervento di don Peppe Piromalli a placare gli animi. ‘Ntoni Macrì si rese disponibile a una mediazione tra Tripodo e i fratelli De Stefano. Un accordo finto. Qualche mese dopo, Macrì e Tripodo ordinarono la strage del Roof Garden. E’ il 24 novembre del 1974 quando un commando armato fino ai denti entra nel bar salotto buono sul lungomare di Reggio Calabria. Quel giorno ammazzarono Giovanni De Stefano e ferirono il fratello Giorgio.
E’ l’inizio di una guerra che tra il 1974 e il 1977 conta 233 morti. E che termina il 26 agosto 1976 quando un giovane Raffaele Cutolo da Ottaviano (futuro boss incontrastato della Nuova camorra organizzata) fa uccidere dentro il carcere di Poggioreale don Mico Tripodo su richiesta dei compari De Stefano (e dietro un pagamento da cento o duecento milioni di lire). Fu la vittoria definitiva dei De Stefano in città. Ma dal conflitto uscirono vincitori anche i Cataldo e i Mazzaferro nella Locride e i Piromalli e Mammoliti nella Piana. I nuovi equilibri si dimostrarono molto molto fragili. Tanto che il 7 novembre 1977 a Santo Stefano in Aspromonte cade Giorgio De Stefano, capo della sua famiglia, uomo capace di tenere rapporti con la malavita di tutta Italia oltre che con rappresentanti dell’eversione nera e che aveva giocato un ruolo anche nei Moti di Reggio Calabria nel 1970. Fu chiamato a Santo Stefano per un summit: era una trappola. Fu eliminato per bloccare la sua ambizione di diventare il capo supremo. A uccidere il boss fu Giuseppe Suraci. La sua testa fu – materialmente – portata su un piatto d’argento a don Paolo De Stefano, nuovo capo della cosca di Archi. Una testa che placò l’ira di don Paolo che si avviava ad assumere il ruolo di Garibaldi, reggente di tutta la ‘ndrangheta calabrese.
Nel frattempo nel resto della Calabria cresceva il potere dei Mancuso di Limbadi (alleati dei Piromalli di Gioia Tauro e dei Pesce di Rosarno) mentre a Cosenza si fronteggiavano i gruppi di Antonio De Sena e Franco Pino (ai quali si allearono Francesco Muto da Cetraro e Giuseppe Cirillo da Sibari) da una parte e Francesco Perna e dei fratelli Mario e Pasquale Pranno (con Mario Serpa di Paola) dall’altra.
Gli anni 70 sono gli anni della trasformazione della ‘ndrangheta e del suo ingresso nella società che conta: gli affari, la politica, la massoneria. L’Onorata società lascia il posto alla Santa che sovverte qualsiasi regola del passato. Il primo a fregiarsi di tale grado fu Mommo Piromalli. Nel 1987 in casa del latitante Giuseppe Chilà fu trovato il primo codice per l’affiliazione alla Santa.