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In ginocchio il clan De Stefano


Il Casato De Stefano in ginocchio. Nel mirino della
polizia sono finiti gli eredi di Paolo De Stefano, il capo dei capi, il boss di
Archi la cui uccisione decretò l’inizio della pagina più triste della storia di
Reggio Calabria, la seconda guerra di ‘ndrangheta. Un’inchiesta raffinata degli
007 della Squadra mobile reggina, che hanno operato sotto le direttive dei pm
antimafia Francesco Mollace e Mario Andrigo.
Il via è datato nel tempo, da quando i segugi della "catturandi"
inseguivano i superlatitanti Orazio, Carmine e Giuseppe De Stefano. Poi il
contributo di Antonino Fiume, uomo di spicco del Casato per essere stato
fidanzato di una figlia del boss scomparso, Paolo De Stefano. Bombe ed
intimidazioni la specialità del clan. Gli imprenditori non avevano scelta:
dovevano pagare. Il diniego costava a caro: il negozio saltava puntualmente in
aria. Così capitò al patron della Reggina Calcio, Lillo Foti. La sua boutique
più elegante, "Natural Blu", un angolo di sfarzo del Corso Garibaldi,
viene distrutta da una bomba del racket. Troppi gli "sgarbi" ai De Stefano:
in cima alla lista aver negato l’ingresso nell’azienda Foti ai prestanomi della
cosca. L’attentato segue di poco la drammatica retrocessione degli amaranto in
serie B. "Così tutti pensano che siano stati i tifosi delusi" si
confidano i picciotti, intercettati dalle "cimici" della Squadra
mobile. E poi a Lillo Foti si contesta il mancato intervento davanti al fermo
no di Giovanni Rizzica, amminsitratore delegato della "Effeservice",
che è l’azienda dei fratelli Foti, e vice sindaco di Reggio Calabria, che ha
imposto la rottura del fidanzamento tra la figlia Lidia e Dimitri De Stefano,
rampollo del Casato di Archi. Stessa sorte tocca al titolare dell’agenzia di
viaggi "Simonetta" per non aver informato e coinvolto Giuseppe De
Stefano nel business della fornitura carburanti alla Sogas, la società che
gestisce i servizi all’aeroporto "Tito Minniti". Oppure a Pasquale
Macheda, colpevole di aver rifiutato un fitto maggiorato del 300% del
"Cordon Bleu" da 4 a 12 milioni delle vecchie lire.
Erano le regole del clan De Stefano, forza egemone della città dello Stretto.
GLI ARRESTATI ­ Undici le ordinanze di custodia cautelare in carcere sono state
emesse dal gip del Tribunale di Reggio Calabria, Gianpaolo Boninsegna, su
richiesta dei pm antimafia Francesco Mollace e Mario Andrigo. Sette sono state
eseguite e tre sono le persone irreperibili. Le accuse, seppure a vario titolo,
sono quelle di associazione mafiosa finalizzata al compimento di omicidi,
estorsioni, detenzione e porto illegale di armi e materiale esplodente,
danneggiamento. Si tratta di: Giuseppe De Stefano, di Reggio Calabria, 34 anni
(già latitante); Carmine De Stefano, di Reggio Calabria, 35 anni (già
detenuto); Dimitri De Stefano, di Reggio Calabria, 30 anni (latitante);
Giovanni De Stefano, di Reggio Calabria, 27 anni (latitante); Gaetano Campolo,
di Reggio Calabria, 34 anni; Santo Mario Marcianò, di Reggio Calabria, 34 anni;
Gianfranco Giunta, di Reggio Calabria, 27 anni; Giuseppe Saraceno, di Reggio
Calabria, 42 anni; Vincenzino Zappia, di Reggio Calabria, 35 anni (già
detenuto), Francesco Sapone, di Reggio Calabria, 26 anni; Maurizio Pasquale De
Carlo, di Reggio Calabria, 27 anni.
Sedici le persone indagate: Antonino Fiume, di Reggio Calabria, 39 anni;
Francesco Canale, di Reggio Calabria, 40 anni; Fausto Laganà, di Reggio
Calabria, 32 anni; Elena Mazzulla, di Reggio Calabria, 32 anni; Mario Salvatore
Audino, di Reggio Calabria, 40 anni; Francesco Audino, di Reggio Calabria, 45
anni; Antonino Malara, di Reggio Calabria, 48 anni; Riccardo Partinico, di
Reggio Calabria, 46 anni; Pasquale Gatto, di Reggio Calabria, 37 anni; Domenico
Tripodi, di Reggio Calabria, 39 anni; Domenico Polimeni, di Reggio Calabria, 41
anni; Francesco Stilo, di Reggio Calabria, 34 anni; Paolo Polimeni, di Reggio
Calabria, 43 anni; Roberto Moio, di Reggio Calabria, 39 anni; Alfredo Polimeni,
di Reggio Calabria, 36 anni; Francesco Polimeni, di Reggio Calabria, 39 anni.
IL RUOLO DI FIUME ­ Antonino Fiume, reggino di 39 anni, l’ultima "gola
profonda" della ‘ndrangheta reggina. Le sue confessioni hanno costituito
l’input all’inchiesta del pool antimafia e degli 007 della Squadra mobile. Un
passato da picciotto di primo piano quello di Antonio Fiume. A lungo è stato
organico del potentato dei De Stefano, essendo stato il fidanzato di Giorgia De
Stefano, figlia di Paolo, il capo dei capi ucciso nel 1985 a piazza Mercatello
di Archi. Nel dicembre 2001 la svolta esistenziale di Antonio Fiume: prima
interrompe la relazione sentimentale con Giorgia De Stefano, poi viene
arrestato il cognato Carmine De Stefano, di cui era fidatissimo braccio destro.
Il 27 febbraio 2002 si presenta spontaneamente in Questura per collaborare. Il
suo passato al servizio del clan De Stefano è un lusinghiero bigliettino da
visita. La conferma esattamente un mese dopo. Il 20 marzo 2002, all’interno di
un casolare abbandonato ad Archi è rinvenuto un vero e proprio arsenale: miccia
a lenta combustione, bombe a mano; bombe-tubo di fattura artigianale;
esplosivo, un silenziatore, giubbotti antiproiettile. A seguire, in un altro
capannone di Saracinello, armi, munizioni, lampeggianti della polizia e un kit
completo per falsificare carte di identità e patenti per automobili, compreso
il timbro a secco del Comune di Reggio Calabria.
Un pentito attendibile, concordano i vertici della procura di Reggio Calabria.
I suoi racconti, le sue dichiarazioni al pm antimafia, Francesco Mollace ed ai
poliziotti della Squadra mobile spianano la strada all’operazione di ieri che
ha messo in trappola boss e picciotti del clan De Stefano di Archi.
GLI OMICIDI ­ Piena guerra di ‘ndrangheta in riva allo Stretto. Sono gli anni
bui che vanno dal 1985 al 1991: su un fronte lo schieramento che fa capo
proprio alla famiglia De Stefano e sull’altro i "condelliani",
alleati degli "Imerti-Rosmini". Uno scontro armato senza risparmio di
colpi, con agguati a ripetizione. Nel gruppo di fuoco dei
"destefaniani", per sua stessa ammissione, il killer-collaboratore di
giustizia Antonino Fiume. I suoi racconti contribuiranno alla ricostruzione di
una serie di omicidi. Teatro Reggio Calabria: 26 dicembre 1989, viene ucciso
Antonio Polimeni; 12 gennaio 1991, doppio omicidio di Giuliano Minniti e
Giacomo Barillà; 25 maggio 1987, ucciso Paolo Condello; 22 luglio 1990,
Antonino Fontana centrato con una carabina di precisione "Sauer 200";
19 novembre 1990, vittima Giuseppe Tripodi; 31 luglio 1987, Demetrio Borrello
non trova scampo sotto il tiro dei sicari. Unico agguato che non rientra nella
storia di sangue della seconda guerra di ‘ndrangheta, l’uccisione di Giuseppe
Spinella: è il 3 settembre 1994, ad entrare in azione impugnando una pistola
calibro 7,65 sarebbe stato proprio il pentito Antonino Fiume.
LA STAGIONE DELLE BOMBE ­ Impera la legge del pizzo a Reggio Calabria. Chi non
si piega al volere dei clan incassa danni. Non hanno scampo decine di
imprenditori e commercianti. Anche illustri. Nel mirino i fratelli Lillo e
Gianni Foti, imprenditori del settore abbigliamento leader non solo a Reggio
Calabria. Lillo Foti è anche il presidente della Reggina Calcio. La notte del
28 giugno 2001 una bomba viene piazzata davanti la boutique "Natural
Blu". L’ordigno spazza via le vetrine del negozio più elegante del Corso
Garibaldi. E’ il secondo attentato in meno di un anno e mezzo per i fratelli
Foti: La mattina del 26 maggio 1999, nell’androne del palazzo che ospita la
sede legale della società dei fratelli Foti viene posta una cesta con una testa
di bovino mozzata, una bambola di pezza con inchiodata una lettera
dattiloscritta intimidatoria con la richiesta di 200 milioni di vecchie lire. Venti
giorni dopo un’altra bomba "eccellente"; salta in aria l’agenzia di
viaggi "Simonetta", che dista cinquanta metri dalla Questura. In
precedenza, il 9 febbraio 2001, era toccato alla "Gioielleria
Manuzza", in via De Nava. A finire nel mirino dei picciotti del racket
anche il "Cordon Bleu", storico bar del Corso Garibaldi. La notte del
26 aprile 2001 la vetrata d’ingresso viene crivellata da pistolettate
"7,65".
LA REAZIONE ­ A caldo, poche ore dopo la conclusione dell’operazione messa a
segno dalla Questura reggina, puntuale l’intervento di Angela Napoli,
vicepresidente la Commissione parlamentare antimafia: "Ancora una volta, e
con grande soddisfazione, esprimo vivo compiacimento a tutti gli uomini della
polizia di stato impegnati nella nuova e brillante operazione che ha inferto un
duro colpo al clan mafioso dei De Stefano di Reggio Calabria. La capacità
investigativa della Squadra mobile di Reggio Calabria ha inciso, in questa
occasione, sul fenomeno delle estorsioni che opprime imprenditori, professionisti
e commercianti della città, e nel quale la cosca De Stefano ha certamente avuto
un ruolo dominante. L’importanza di questa ultima operazione consiste anche
nell’aver saputo individuare il nuovo organigramma del clan e reciderne il
vertice decisionale – operativo. Sono da sempre convinta che occorre incidere
sulla capacità riorganizzativa delle singole cosche della ‘ndrangheta,
individuando e colpendo anche chi aiuta i malavitosi, sotto la veste del
perbenismo. Non è più sufficiente delegare l’attività di contrasto alle sole
forze dell’ordine e alla magistratura, ma l’opera di disinquinamento deve
partire da chi, nelle Istituzioni e nei vertici della politica, è responsabile
della programmazione e della gestione di qualsiasi affare legato allo sviluppo del
territorio".