Truffa da 100 miliardi ai danni della Cee, in carcere 34 persone
LOCRI – E’ una truffa da 100 miliardi quella scoperta dalla guardia di finanza in Calabria e che ha portato all’ arresto di 34 persone nelle tre province calabresi, in Basilicata, Puglia, Campania, Lombardia e Veneto. Trentotto i mandati di cattura firmati dal giudice istruttore di Locri Nicola Gratteri, quattro i latitanti. Per tutti decine di accuse: bancarotta fraudolenta, truffa all’ Aima e alle banche, fasulli rimborsi iva, eccetera.
L’ inchiesta prese avvio due anni fa dopo la scoperta di un indebito finanziamento concesso dalla Cassa di risparmio di Calabria e di Lucania a due aziende di Caulonia, nella Locride: la Ionica agrumi e la Dimabox, di proprietà dell’ imprenditore Ilario Di Masi. Due aziende che si interessavano di trasformazione di prodotti agricoli e di vendita di contenitori metallici per le conserve alimentari.
Quell’ inchiesta portò all’ arresto dei vertici dell’ Istituto di credito. Uno scandalo politico di enormi dimensioni che finì con l’ annullamento degli ordini di cattura da parte della Cassazione. Ma le indagini sulle attività di Di Masi sono proseguite e la finanza ha accertato un vorticoso giro di documentazioni di merce venduta e mai acquistata, contributi Cee ottenuti senza diritto, finanziamenti dati dalle banche con garanzie patrimoniali personali inesistenti. Un giro che da Caulonia si estendeva alle altre due province calabresi ma anche ad operatori economici e titolari d’ aziende di Palagiano, Rotondella, San Cipriano d’ Aversa, Casal di Principe.
In Calabria sono finiti in galera, fra gli altri, oltre a Di Masi e alla moglie, amministratori e componenti del comitato dei sindaci delle due società di Caulonia e anche un singolare personaggio che salì all’ onore della cronaca alcuni mesi fa. Si tratta di Michele Pronestì, un imprenditore agricolo di Melicucco, nella piana di Gioia Tauro, padre di Ottavio che fu sequestrato nel novembre dell’ anno scorso in un podere di sua proprietà vicino Vibo Valentia.
Michele Pronestì si rese protagonista di un’ iniziativa senza precedenti: chiese che lo Stato gli pagasse il riscatto per il figlio rapito e arrivò al punto di citare in giudizio il ministro dell’ Interno. Quattro mesi fa il figlio è poi tornato in libertà senza che si pagasse riscatto (si era liberato dai suoi prigionieri) e Michele Pronestì ex sindaco democristiano di Melicucco (ora su quella poltrona siede un altro dei suoi figli) era tornato nell’ ombra. Fino all’ arresto dell’ altra notte.






