I pastori di Alvaro ora spacciano droga
«Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali». Comincia così il famoso romanzo di Corrado Alvaro Gente in Aspromonte, che rappresentava la vita dei pastori chiusi in un mondo arcaico e primitivo, prigionieri di una condizione di isolamento che li faceva vittime di ingiustizie cui era vano ribellarsi. Gli stessi luoghi selvaggi e di affascinante bellezza e la stessa vita pastorale sono lo sfondo di Anime nere (Rubbettino, pagine 210, 14), il romanzo di Gioacchino Criaco, uno scrittore nativo proprio di un paese dell’Aspromonte, Africo. Solo che i pastori di cui scrive non sono più vittime passive, ma protagonisti di una vita dove i valori tradizionali s’intrecciano con crimine e violenza: sono diventati i personaggi di una malavita che supera i confini locali, ha rapporti con l’Italia e con l’estero e ha al centro della sua attività la città che è il cuore dell’ economia del nostro Paese, Milano. Il libro si divide in tre parti: I figli dei boschi, che racconta l’ infanzia dei protagonisti; Ombre in luce, che descrive i loro crimini; e infine Anime nere. È la storia di tre giovani che hanno compiuto con profitto gli studi universitari, ma diventano malavitosi attraverso un percorso che da Africo li porta a legarsi a trafficanti internazionali per procurarsi la droga, che smerciano a Milano. I ritratti di questi giovani di Africo, che si muovono fra l’ Italia, la Spagna e la Francia per far poi ritorno in Italia dopo aver effettuato commerci illeciti e organizzato con complici arabi il traffico di eroina, accumulando profitti miliardari, sono impietosi. Anche se l’autore sostiene che sono storie di pura fantasia, resta il fatto che la trama del romanzo è la prova di come letteratura e realtà criminale sono diventate materia d’ ispirazione per un narratore, come è accaduto anche a Roberto Saviano con Gomorra. La cronaca ci conferma questa contiguità: tre protagonisti del film Gomorra sono stati arrestati perché autori di rapine, e il fratello di Gioacchino Criaco, latitante dal 1997 e ricercato per gravi reati di mafia, è stato di recente catturato. I protagonisti sprofondano in un inesorabile degrado, perdendo la percezione della differenza fra bene e male senza alcuna crisi morale: «Bisognava scegliere tra una vita da servi o la morte se non sapevi difenderti. Noi avevamo scelto di vivere liberi, ma armati, fossero i nemici malandrini o sbirri». Criaco, che si è rivelato scrittore con questo suo primo romanzo, è anche avvocato. Egli racconta le complicità di cui godevano gli autori dei sequestri quando dovevano custodire gli ostaggi, in gergo chiamati «il porco», e nasconderli negli ovili, descrive nei dettagli la vita nei boschi dell’Aspromonte, gli intrecci con la malavita milanese e sudamericana. Anche quando il racconto è frutto di fantasia e assume connotati da romanzo poliziesco, è credibile: Criaco ha la capacità di svelare le trasformazioni psicologiche e sociali, questa mutazione che si è verificata nell’arcaica società dell’Aspromonte. Così è mutato anche il linguaggio. Non c’è l’aura poetica di Gente in Aspromonte, ma nella prosa di Criaco si partecipa al ritmo incalzante in cui si susseguono rapine, omicidi e sequestri. È una realtà italiana, non solo confinata nelle terre di Calabria, che ha trovato in Gomorra come in Anime nere un’espressione letteraria.






