>

La mafia nella letteratura calabrese

L‘editore Pellegrini di Cosenza ha pubblicato, qualche anno fa, "Il Previtocciolo" di Don Luca Asprea, pseudonimo di Carmine Ragno. Si tratta di un romanzo a sfondo sessuale scritto da un quasi prete in due tempi: la prima parte uscì nel 1971 con la prefazione di Franco Cordero e un saggio critico di Antonio Piromalli, la versione completa è del 2003 e si avvale dell’introduzione di Pasquino Crupi. Diciamo subito che, a detta degli esperti e cogliendo anche gli umori, passati e presenti, dei critici, si tratta di un eccellente romanzo autobiografico di questo singolare personaggio che arriva sul punto di prendere i voti quando, con la pubblicazione del libro, provoca uno scandalo negli ambienti ecclesiastici del tempo. Prima di morire, in un’intervista del 1997, Don Giosafatto Trimboli, superiore del Santuario della Madonna di Polsi, dice del previtocciolo: "Aveva frequentato il seminario negli anni quaranta. Io l’ho conosciuto a Polsi. Era molto amico di mons. Pierantoni, che fu vescovo di Locri dal 1952 al 1962. Sperava di potere ottenere da Roma il nullaosta per essere ordinato sacerdote attraverso i buoni uffici del cardinale Ottaviani, il carabiniere della Chiesa".

Il filo narrativo corre lungo i sogni erotici di un giovinetto che poi, durante tutta la vita, immagina la figura del prete senza l’obbligo della castità, tant’è che ad un certo punto rimane attratto dal rito ortodosso che consente all’uomo sposato di farsi prete. Don Luca il voto di castità non solo non l’ha fatto ma l’ha combattuto sul piano teorico, basta rileggere l’ultimo capoverso del romanzo laddove scrive: "Al Signore facevo capire col mio pensiero, senza parole, che l’economia delle cose non mi andava giù. Odiai il Leibniz come un nemico personale e desiderai ucciderlo, in un atto di odio impotente, per il suo principio di ragione sufficiente, da cui aveva derivato che Dio non aveva potuto che creare il miglior dei mondi possibili". Ma non riesce a stare lontano dal fascino delle liturgie, dai canti gregoriani e così abiura l’approccio ortodosso e chiede, senza ottenerli, i voti della Madre Chiesa. Romanzo erotico con uno sfondo "malavitoso", nel senso che Carmine Ragno da Oppido Mamertina, fa parte di una famiglia d’onore che non disdegna i principi su cui poggia l’"Onorata Società". Per capire meglio la genesi dell’intreccio mafia/letteratura calabrese siamo andati a trovare nella sua casa di Bova Marina, cuore della grecanica Bovesìa dove la toponomastica è bilingue, il professore Pasquino Crupi, pro rettore dell’università per stranieri "Dante Alighieri" di Reggio Calabria e massimo esperto di letteratura calabrese, il quale ha accompagnato il prete/scrittore in questo suo viaggio.

Professore Crupi quando ha conosciuto Don Luca Asprea.

«Negli anni ’90 fa presso la casa editrice Periferia».

Che idea si fece?

«Di un uomo che tendeva a nascondersi».

Come mai?

«Non lo so, ma credo persino che si nasconda l’età. Appare cadente e malandato, poi quando non si sente osservato cambia postura».

Nel romanzo "Il Previtocciolo" l’autore non nasconde la sua familiarità con la mafia.

«Nel raccontare la sua vita e nel raccontarla attraverso "Il Previtocciolo" si coglie nettamente che Don Luca fa una netta distinzione tra vecchia e nuova mafia. Ora, al di là di quanto si predica senza nessuna originalità, questa divisione tra vecchia e nuova mafia, tra vecchia e nuova ‘ndrangheta, corrisponde alla realtà di ciò che è stata la ‘ndrangheta nel passato».

Vale a dire?

«Vale a dire un’associazione che nasceva a difesa dei deboli, degli oppressi e delle donne gettando tutto sulla questione dell’onore».

Don Luca veniva da quegli ambienti mafiosi.

«Il padre era ‘ndranghitista, era emigrato in America, poi ritorna ad Oppido Mamertina, come si suol dire "si chiama il posto", gli viene riconosciuto il ruolo di capo ‘ndrangheta ed era tra i pochi che aveva ricevuto dall’ "Onorata Società", credo americana, il ruolo di "pugnaletto d’argento".

E’ la prima volta che sento questo termine, "pugnaletto d’argento".

«Io questo grado di "pugnaletto d’argento" in tutta la storia di mafia non l’ ho visto. Ho chiesto anche allo stesso Don Luca Asprea che mi ha confermato l’esistenza, ma neppure lui riesce a spiegare qual è il posto che ha questo "pugnaletto d’argento" nella gerarchia mafiosa».

Nel suo romanzo parla diffusamente di mafia.

«Sì, ma non usa mai la parola mafia, la chiama ‘ndrangheta».

Perché?

«Perché lui l’ha conosciuta attraverso il padre e il paese, la ‘ndrangheta, e non la mafia che è un’altra cosa, anche se adesso è stata assimilata ma dal punto di vista storiografico la differenza c’è».

La ‘ndrangheta ha carattere familiare.

«Questa ‘ndrangheta è al passato per Don Luca».

C’è qualche altro scrittore calabrese che si è mosso sulla stessa lunghezza d’onda, penso a Saverio Montalto con "La famiglia Montalbano" che, se non sbaglio, era sinonimo di mafia?

«Saverio Montalto però dà un giudizio negativo della ‘ndrangheta. Sono due punti di vista, tutti e due veri ma diversi perché la mafia di Saverio Montalto è la mafia degli anni successivi alla prima guerra mondiale così come la ‘ndrangheta di Don Luca Asprea. Ma "La famiglia Montalbano" vista da Saverio Montalto è una mafia negativa già nel suo insorgere. E’ la mafia che nasce nelle campagne, nasce e si esprime come associazione a delinquere. Invece la ‘ndrangheta di cui parla Don Luca Asprea non è vista mai come associazione a delinquere, è vista come società d’onore. Da Oppido Mamertina ad Ardore, il paese di Montalto, negli stessi anni si hanno due visioni diverse».

Corrado Alvaro come vedeva quel mondo?

«Don Luca sente parlare di ‘ndrangheta a casa sua e capisce cos’è. Alvaro, giovinetto, sente parlare a casa sua di associazione e non capisce di cosa si tratta. Poi da adulto ne parla in un saggio».

Nel primo numero dell’Espresso, nei primi anni cinquanta, scrisse qualcosa.

«Sì, io ricordo anche che nel 1955 Alvaro scrisse un articolo sul Corriere della Sera, intitolato "La fibbia", ne parla in occasione dell’operazione Marzano, ne parla come di una espressione del contesto sociale, economico e culturale. E come l’unica occasione che hanno i poveri per farsi valere e, quindi, nobilmente concludeva quell’articolo, non si tratta di mettere in stato d’assedio una provincia, un paese ma di vedere come lo Stato ha funzionato in Calabria negli ultimi cinquant’anni. Dal punto di vista narrativo non ne parla».

Non ne parla?

«L’accenna».

Rimozione o imbarazzo?

«Né l’uno né l’altro, perché è un silenzio che non è osservato solo da Alvaro, ma un po’ da tutta letteratura meridionale e calabrese».

Come si spiega?

«Siccome ritengono, questi letterati meridionali e calabresi, che l’ "Onorata Società" sia un effetto, allora interessa il dato sociale. L’uomo che lavora con la terra, che lotta per strapparsi dalla fame…».

Una visione arcaica.

«L’unico che affabula è Alvaro, gli altri invece si calano nella realtà. Anch’io ritengo che nella Calabria abbiamo dietro le spalle….. insomma, il problema era la tensione tra contadini e proprietari e non la tensione tra contadini, ‘ndranghitisti e Stato».

Mario La Cava, scrittore di Bovalino, la ‘ndrangheta la chiamava mafia con due effe, come mai?

«Non lo so perché scrivesse in quel modo, però alle origini, quando cioè incominciano a verificarsi i rapporti di polizia si usava la parola mafia, con due effe, perché si riferiva alla mafia siciliana».

Stato d’assedio a Platì, la storia si ripete: ogni dieci anni, o forse meno, Platì viene assediata dalle forze di polizia. Il vescovo di Locri si è irritato per questo modo di fare?

«Io ho un buon sentimento nei confronti del Vescovo Bregantini, però su Platì egli ha manifestato irritazione ma anche un’ambiguità. Qui non possiamo giocare con le parallele. E’ giusta la retata ma che dall’altro bisognava…».

Cosa non va nell’atteggiamento del Vescovo di Locri?

«Un Vescovo deve essere chiaro e tondo, quando parla. Questa ambiguità la possono avere i politici».

Lei ha scritto qualcosa di recente

«Ho scritto qualche "pasquinata" su Platì. Non ho atteso le scarcerazioni per vedere…. Si è trattato di un’ondata scenografica».

Addirittura.

"Forse si pensava che queste imprese teatrali appartenessero al passato».

Dunque?

«Bisogna esser crociani. Benedetto Croce dice che non esiste l’errore assoluto. Se l’errore fosse assoluto sarebbe verità. Se noi mandiamo in carcere 103 persone di un paese di nemmeno tremila abitanti. Considerando che lì sono tutti adulti, che ogni adulto è sposato, che nei nostri paesi si fanno o cinque figli. Che nei nostri paesi una famiglia ha i parenti che gli vengono dal sangue».

Si sposano tra cugini.

«E poi quelli per affinità, comari e compari…. è tutto il paese che viene incarcerato».

E se fosse così?

«E se fosse così è il contrario di quello che vuole il giudice istruttore, perché se tutto è mafia, niente è mafia».

Lo diceva anche Sciascia.

«Non è che ci voleva il Tribunale del riesame per capire questa cosa. Se a Platì è tutto mafia, su chi viene esercitata la prepotenza?».

Contro lo Stato per esempio.

«Io non sto dicendo che a Platì non esiste la ‘ndrangheta, io dico che esiste ma non ha le dimensioni che sono state immaginate».

I mafiosi non sono mammolette.

«Per me è una frase banale dire che il mafioso è inumano. Certo che inumano. E poi quando un giudice o una giudicessa dice: ma io non sapevo che lei avesse bambini altrimenti non avrei mai firmato l’ordine d’arresto».

La letteratura calabrese ha valutato questo criminoso fenomeno come effetto. E se fosse la causa? Si aprirebbe un altro filone.

«In Calabria quando non erano arrivati i mafiologi ufficiali, abbiamo discusso seriamente di mafia. Ricorda l’assassinio del mugnaio Gatto di Gioiosa Jonica?».

Come no, ho scritto un libro insieme a Pietro Melia.

«Facemmo anche un convegno come socialisti a Siderno. In quell’occasione tirai fuori la teoria che la mafia era al tempo stesso causa ed effetto del sottosviluppo. Che sia solo causa non lo ritengo. Siccome lo Stato non ha mai fatto il suo dovere non lo fa neppure a Platì».

Ed allora?

«Siccome lo Stato non ha fatto il suo dovere la mafia si è ingrandita».

E questo che significa?

«La mafia siccome non è stata combattuta nelle radici poi si è ingrandita. Ingrandendosi può diventare una causa del mancato sviluppo calabrese e, in ogni caso, può essere, è per me cosi è, tolta a pretesto per non fare niente, e in ogni caso è una causa. Ma è la vera causa in questo secondo senso».

E’ una questione di soldi.

«Io sono dell’avviso che l’economia decide tutto, la mafia si può inserire nelle scelte dell’economia ma non li determina».