L’area grigia. Dove tutto è ‘ndrangheta e niente e ‘ndrangheta
Che cos’è la ‘ndrangheta? La ‘ndrangheta è diventata un modo di essere, un impianto culturale, un approccio alla vita ed alla società. È diventata incastro di fatti e vicende capaci di generare un profondo sentimento anti-statale, una deriva che parte dalle istituzioni ed approda al fatalismo nudo e crudo, ll’immobilismo lampante e senza via di fuga apparente, al clientelismo ed alla cultura del “favore” imperniata nel culto ossessivo ed obbligatorio della “famiglia”. Qui, in questa crepa della società, in questa terra di nessuno governata dall’incapacità comunicativa tra i cittadini e le istituzioni, in cui è facile suscitare malumori e lamenti salvo aborrire poi la protesta come forma di riappropriazione dei propri diritti ed ignorare l’opzione di una buona amministrazione, nasce la cosiddetta “area grigia”. Uno spazio intermedio tra legale ed illegale in cui è difficile mettere a fuoco bene ogni cosa, in cui tutto è sfumato ed assume contorni poco nitidi. La zona grigia fa il suo nido dove tutto è più confuso, dove i ruoli sono indistinti, dove la clientela è più semplice da acquisire, dove è infinitamente più facile raggiungere lo scopo per vie traverse e con metodi meno ufficiali. Tutto è ‘ndrangheta, perché ogni cosa ne è permeata dal mercato ortofrutticolo alle istituzioni più alte; dai cantieri agli uffici pubblici. Niente è ‘ndrangheta perché l’immanenza la rende evanescente: talmente dentro le cose da assumerne le sembianze. Come dire che il trucco c’è ma non si vede, senza nemmeno il conforto dell’illusione. Ma questa farcitura esplosiva non è altro che un fenomeno endogeno alla società, un verme che divora da dentro e che trova il suo habitat perfetto nel lassismo sociale, nella cultura del sotterfugio e dell’espediente, nell’incapacità del cittadino di rifiutare la ‘ndrangheta come alternativa e che in Calabria diventa spesso, anzi, quasi sempre, un gigantesco alibi per coprire un colpevole disimpegno civile.
Franco Musolino e Pasquale Romeo, uno prefetto l’altro psichiatra, intervistati da un fantomatico John Doe scippato al gergo giuridico statunitense ed equiparabile al nostro NN, provano a dipanare la fitta matassa concettuale che aggroviglia la relazione tra ‘ndrangheta e società civile. Partendo da punti di vista non sempre convergenti tentano di chiarire in cosa consista la ‘ndrangheta, non come organizzazione criminale in sé, quanto come propaggine culturale che attecchisce vigorosamente nel tessuto sociale calabrese e talmente in profondità da risultare non soltanto difficile da estirpare, ma addirittura difficile da riconoscere. Non è una lettura semplice, le motivazioni sono complesse, i meccanismi sociologici e psicologici, oltre a quelli giuridici e politici, si intrecciano, qualche volta si confondono; spesso bisogna tornarci sopra più di una volta per avere chiaro il concetto. Allo stesso tempo ne esce fuori un lavoro non conforme, interessante perché offre spunti inediti di riflessione ed una lettura non cronachistica del fenomeno mafioso.






