L’albero della scienza. Riti, simboli e gerarchie dell’onorata società
REGGIO CALABRIA – Quando nel 1969, un manipolo di carabinieri si appostò nella fitta boscaglia di Montalto e scoprì che lì, in una radura nel cuore dell’Aspromonte, si era riunito il gotha della ‘ndrangheta per discutere di affari e di alleanze (quello passato alla storia come il Summit di Montalto), si seppe che quel fenomeno che non si era nemmeno capaci di scrivere o pronunciare, tanto era volatile ed impreciso il nome stesso, era al contrario una realtà concreta. Quello che i narratori calabresi raccontavano, tra il detto e il non detto, con sfumature nebulose ed incerte, esisteva veramente. Non era mito, non era leggenda, tantomeno folklore. Lo dicevano i boss stessi, che lì non c’era la ‘ndrangheta di questo o di quello, ma che bisognava stare uniti. Eppure negli anni successivi, nelle aule dei tribunali, si è continuato a credere di essere davanti ad un fenomeno isolato, frammentario, disaggregato. La ‘ndrangheta ha continuato ad essere un fenomeno sfuggente, dai contorni sfuocati. Si era scoperto che la ‘ndrangheta esisteva, ma si è continuato ad ignorarne e sottovalutarne il meccanismo, la struttura. Soprattutto si è continuato a sottovalutarne l’unitarietà. Chiusa nell’impermeabilità dialettica, la ‘ndrangheta ha fatto dell’impenetrabilità il suo punto di forza, ha mascherato la propria potenza e messo a riparo la propria identità dietro il paradigma incomprensibile dei riti e dei simboli.
Svelare la complicata trama dei simboli e della dialettica rituale ha un’importanza che va ben oltre il semplice scoperchiare un sistema, perché codificare i simboli equivale a smentire una convinzione ormai radicata: la ‘ndrangheta non è una galassia di cosche disgiunte e disunite che operano per conto proprio, ma una struttura aggregata, verticistica, gerarchica accomunata dallo stesso linguaggio.
Antonio Zagari, collaboratore di giustizia (negli anni Novanta la sua famiglia, da Malnate, nel Varesotto, orchestrava le razzie della ‘ndrangheta al nord), ha descritto molto dettagliatamente la raffigurazione simbolica della ‘ndrangheta, identificata con un grande albero ramificato (l’albero della Scienza) che si sviluppa da una tomba; la scala gerarchica degli associati, la ripartizione delle funzioni (dote o fiore), il linguaggio in codice, il ruolo delle donne nell’organizzazione (sorelle di omertà), i fiancheggiatori esterni (contrasti onorati), i rituali e le progressioni di carriera (e le relative spoliazioni dalle cariche). Un sistema verticistico che struttura l’onorata Società su due livelli (Società minore e Società maggiore) ed ha come simbolo unitario l’albero della Scienza. Il fusto, il rifusto ed i rami dell’albero rappresentano la Società maggiore; i ramoscelli ed i fiori, invece, rappresentano la minore. Un albero senza foglie, questo della Scienza, e per un senso figurato molto preciso: le foglie cadono e non valgono niente. Sono gli “infami”, quelli che hanno parlato, che hanno tradito. Anche i fiori cadono, ma li salva la bellezza: un fiore resta pur sempre tale ed in questo contesto rappresenta l’uomo d’onore. La Società maggiore è il vertice superiore della gerarchia, quello che rappresenta l’organo decisionale e depositario di conoscenze non accessibili ai livelli inferiori. Non a caso viene anche chiamata “Crimine”. Se spesso si è pensato alla ‘ndrangheta come ad una realtà frammentaria, individualista, la sua affermazione criminale sullo scacchiere nazionale e internazionale restituisce un’immagine ben diversa. Gli ‘ndranghetisti del passato saranno pure stati pastori, ma non hanno mai difettato del fiuto per gli affari e gli affari, se svolti in clima di serenità ed equilibrio, fruttano meglio. È per questo che la ‘ndrangheta si è dotata di un unico vertice indiscusso: il capo crimine. Dal 2009, ci dice l’inchiesta Crimine, è Domenico Oppedisano a tenere le redini dell’onorata Società ed è stato lui a stabilire quando e come “promuovere” a doti superiori gli accoscati stabilendo regole che valgono ovunque, tanto in Calabria, quanto a Milano o in Germania.
L’esistenza del Crimine, la sua individuazione, apre un ulteriore scenario che spiega insieme sia il carattere unitario della ‘ndrangheta sia il suo continuare ad alimentarsi di riti arcaici e usanze ancestrali. Gli incontri del Vertice si svolgono in un unico luogo simbolo, insieme sacro e profano: Il santuario della Madonna di Polsi, a San Luca, nella Locride. Lì durante i giorni di festa in onore della Madonna (in settembre) il Crimine si riunisce per discutere di affari, soldi, cariche, equilibri. Da luogo di culto, Polsi si trasforma nella coperta che copre le affiliazioni, durante le quali si viene “punciuti”, si entra nell’onorata Società, si diventa “Fratelli di sangue”. È in questa circostanza che i rituali raggiungono il loro massimo grado di intensità: qui si bruciano i santini di San Michele Arcangelo, si invocano i cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e Carcagnosso e intanto ci si vota alla Madonna. Polsi è il culmine, il ricettacolo dove la vecchia ‘ndrangheta investe la nuova e dove la nuova ‘ndrangheta rinforza e nutre le proprie radici; dove si investono le cariche maggiori, si “battezzano” gli iniziati e si calibrano gli equilibri. Polsi è il cerchio che si chiude, ma è anche il segreto che si disvela: il cuore pulsante della cupola calabrese.






