La voce delle donne nel silenzio di Rosarno
ROSARNO – E’ devoto alle tradizioni, Francesco Pesce. Il 2 settembre bisogna stare alla Madonna di Polsi. No, non proprio sotto la sacra effigie in contemplazione. E neppure con gli occhi bassi in processione. Un po’ più in là, a papariarti, baciare guance, sputare sentenze e malanove. Francesco Pesce si è conformato alla regola pure nel 2005, mettendosi in macchina verso San Luca dopo aver chiuso il portone di casa. Che pure la Madonna di Polsi fosse prima di ogni cosa una donna, mentre riempiva di schiaffi e pugni la moglie, non gli era mai venuto in mente. Devota alle tradizioni, Ilaria non lo è. Altrimenti dovrebbe continuare a offrirsi ai calci e ai pugni del marito e ad abbassare la testa, di fronte ai medici del pronto soccorso, quando quello racconta che i lividi e il sangue se li è fatti cadendo dalle scale. Quel 2 settembre 2005 pure lei chiude il portone di casa. E il suo matrimonio con Francesco Pesce.
Discesa e fuga dall’inferno, Ilaria le ha ricostruite ieri nell’aula bunker del Tribunale di Palmi, dove l’ex marito è imputato nel processo scaturito dall’inchiesta "All Inside". Le indagini coordinate dalla Dda di Reggio Calabria si sono abbattute, nell’ultimo anno e mezzo, come una mannaia sulla cosca Pesce di Rosarno, tra sequestri milionari, manette ai latitanti, boss spediti al regime detentivo del 41 bis e pioggia di condanne in abbreviato. Sono altri, però, i colpi che bruciano di più. Francesco Pesce è il figlio del presunto boss Salvatore e fratello di Giuseppina, che dal novembre 2010 sta collaborando con la magistratura. Come dettano diritto tribale e dovere ‘ndranghetista, dovrà essere lui ad ammazzarla per punirla della macchia all’ "onore" dei Pesce. Sempre così, nella famiglia del vecchio capobastone Peppino: con le donne che scantonano non è prevista pietà. Nel 1979 Annunziata Pesce, fuggita di casa con un carabiniere, la sequestrarono sul lungomare di Scilla, la portarono in campagna, e la giustiziarono un fratello e i cugini. Trent’anni dopo, in un beffardo contrappasso, i Pesce devono "subire" donne che li accusano, rispondere alle domande di un pm donna (Alessandra Cerreti), attendere il giudizio di una Corte d’Assise al femminile (presidente Concettina Epifanio, a latere Maria Laura Ciollaro e Antonella Crea).
Sedici anni, le lezioni al liceo di Rosarno, l’infatuazione per Francesco, la "fuitina", il matrimonio. Ilaria in casa Pesce è entrata così. Il seguito, seduta al banco dei testimoni, non l’ha nascosto dietro i "non ricordo". "Ero troppo piccola e non capivo cosa stessi facendo. Il suo unico linguaggio erano le mani. Non potevo esprimere nessuna opinione. Una volta per le botte sono finita in ospedale. Ero svenuta e lui mi portò a Polistena e disse ai medici che ero caduta dalle scale, ma in realtà mi aveva presa a pugni in testa. Da casa potevo uscire solo per la spesa e per andare dai miei". Dopo la fuga del 2 settembre 2005, Francesco Pesce proverà a riprendersela. Il 10 febbraio 2006, poi, due persone con il volto coperto dal passamontagna e pistole alla mano cercheranno pure di sequestrarla: sarà un buco nell’acqua perché quella sera Ilaria non c’è: è a teatro. "Francesco Pesce sarebbe capace di una cosa del genere?", le ha chiesto il pm Cerreti. "Sì, lo sarebbe".
Ilaria oggi vive una nuova vita, accanto ad un altro uomo. A Rosarno. E’ quello che vorrebbe anche Giuseppina Pesce, madre a sedici anni e un destino già scritto nel cognome, da riscrivere finalmente in prima persona. Lo voleva, con tutte le sue forze, Concetta Cacciola che cercava libertà e amore ed è affogata nell’acido. Voci contro, raccolte dai magistrati, riportate dai giornalisti e ascoltate, con attenzione, solo da avvocati e imputati. Ognuna è un grido di dolore; messe insieme, tutte in fila, sono un segnale culturale che spetterebbe innazitutto alle altre donne calabresi cogliere e valorizzare. Per farlo diventare contagioso, per farlo diventare dirompente. Ilaria, Giuseppina, Rosa, Concetta hanno trovato voce e parole. Noi stiamo ascoltando?






