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L’importanza di chiamarsi Tizian

Già dal titolo, sparato in prima pagina, e dalla vignetta tristemente inequivocabile che lo accompagna, c’è qualcosa che non quadra, crea turbamento. Leggiamo l’articolo a firma Ruggero Calvano su “La Riviera”, intitolato appunto “Salvate il soldato Tizian”, e la prima sensazione sgradevole trova purtroppo conferma. Il linguaggio allusivo e irritante di chi la sa più lunga degli altri e a lui non lo fregano, il fingere di scherzare su cose assai serie, il solito maleodorante vittimo-campanilismo in salsa calabrese – di chi ridimensiona la ‘ndrangheta di oggi perché quella di una volta era un’altra cosa… che distingue sempre tra Noi, i calabresi, e Loro, il resto del mondo, che alimenta questo senso di appartenenza trasversale, mutuato da una mentalità tipica (i calabresi onesti e quelli criminali stanno in fondo dalla stessa parte) – permea a catena tutti i ragionamenti. Il tutto avvolto in una protettiva patina d’ironia d’accatto. “Salvate il soldato Tizian”. Fantasia degna di nota, ma il messaggio è fuorviante. No, Giovanni Tizian non è, per come si lascia intendere, l’ennesimo prodotto costruito a tavolino dal e per il sistema mediatico, non è un “militare”, un professionista dell’esercito antimafia in attesa di promozione, e nemmeno un eroe. Chi lo conosce dovrebbe sapere che è lontano mille miglia dal carrierismo, dall’aspirazione a diventare icona, ma pure che ha una paura fottuta.
Giovanni è semplicemente un cronista vecchio stampo ma con le gambe e il fiato di un giovane atleta, che fa bene il suo lavoro. Con una qualità in più: se ne fotte del potere e va fino in fondo, non scrive tanto per il soldo e nemmeno per la gloria, ma per i Valori. È, questo sì, pur senza essere militare, un militante. Nel significato più giusto e nobile del termine. Ha dimostrato con chiarezza e concretezza da che parte ha scelto di stare. A differenza di tanti che non lo fanno, nascondendosi magari dietro ben costruiti alibi culturali, o tutt’al più si limitano a fingere di farlo. È questa passione civile che gli da uno stimolo e un’energia che diventano antidoto alla paura. Non è il solo. E quelli che fanno il loro lavoro fino in fondo si beccano – accade sempre più spesso – le minacce e le ritorsioni. Anche in Calabria. Ultimo in ordine cronologico Lopreiato a Vibo. Se gli altri, più bravi e più seri nessuno li tocca, a partire dal rammaricato Calvano, un motivo ci sarà. “Fatevi una domanda e datevi una risposta”, direbbe Gigi Marzullo. Ciò non vuol dire che per dimostrare il proprio impegno sulla trincea anti-‘ndrangheta ( visto che parliamo di soldati) si debba esibire necessariamente la certificazione di almeno un attentato. È comunque stucchevole la gara al più intimidito – perché ci sono giornalisti di razza che stanno un passo indietro, non s’espongono ma svolgono ugualmente un lavoro monumentale e fondamentale – è stucchevole la separazione manichea tra il “prima” e l’ “ora” (anche in tempi passati c’era chi si esponeva e interpretava con coerenza la propria professione).
È stucchevole, certo, anche la mitizzazione e la creazione mediatica del personaggio – dall’icona Saviano agli aspiranti Saviani di serie B. Come se bastasse una tanica spenta o una lettera sgrammaticata per trovare la corsia privilegiata, in molti casi alternativa, rispetto alla gavetta, alla capacità e alla fatica dello scrivere. In questo Ruggero Calvano ha ragione. Qualche volta effettivamente è così, c’è un accenno di patologia. Certo, così non dovrebbe essere, ma è anche sbagliato dire e far intendere che sempre sia così. E’ un po’ il discorso che, anche qui senza generalizzare, è stato spesso fatto per le vedove e la politica. In ogni caso, certamente non è così nel caso di Tizian e di molti giovani cronisti che non si prestano alle speculazioni né barattano la rinuncia a testimoniare la verità con un posto di lavoro sicuro.
Calvano attacca il sistema, l’attuale società. Dimentica però che questa è la società che le vecchie generazioni hanno lasciato alle nuove e che, semmai, bisogna con impegno di tutti fare in modo di non lasciare alle generazioni future. Occorre allora correggere il tiro: “Salviamo il cronista Tizian”. Salviamolo (e salviamoci), tutti noi, dalle cosche, dalla spettacolarizzazione, dalla diffidenza e dall’invidia. Sì, è vero, è il sistema che fa schifo. Ma questo non vuol dire che Giovanni Tizian, giornalista precario, e altri come lui un lavoro non lo meritino. Il sistema fa schifo. Ma questa constatazione non ci assolve dalle responsabilità individuali, generazionali e territoriali. Ognuno se ne assuma le proprie, perché di certo questo sistema non è nato da solo e, di certo, quello costruito attorno alla casta dei giornalisti di nemmeno un decennio fa non era l’Eldorado. Né ci risulta che i citati Fava, Alfano, Mauro, Siani, Rostagno, Impastato – pur con tutte le differenze e le distanze – non siano stati esposti, soprattutto in vita, oltre che al “fuoco nemico” a quello “amico” in forma di calunnie, sberleffi, invidie, freddezza e isolamento.
Si potrebbe, allora, anche titolare “L’importanza di chiamarsi Tizian”, giusto per restare in tema di suggestioni letterarie e cinematografiche. Giuseppe Tizian, il padre di Giovanni, l’hanno ammazzato e nessuno ha pagato. E nessuno ha indagato. E nessuno ha scritto. Questa è la Locride. O, meglio: anche questa è la Locride. La storia di Peppe Tizian è stata recuperata dall’oblio dopo venti anni. Ci sono piste investigative e ipotesi, nomi e cognomi. Chi ha voglia di rispettare i fatti e le storie parta da lì. Parta da lì chi le cose vuole cambiarle, cercando verità e giustizia. Chi ha invece voglia solo di parlare, rifletta prima di farlo. Perché, è vero che non si conosce l’origine delle minacce a Giovanni Tizian. Ma altre cose si sanno e, se ci fosse stato un approccio meno superficiale e un pensiero meno prevenuto, non sarebbero sfuggite. Il Procuratore di Bologna ha detto testualmente che si tratta di una minaccia grave e di un serio pericolo. Non ci vuole uno scienziato né il classico zingaro per capire che se l’intimidito non conosce la fonte della minaccia e i magistrati sì, allora si tratta di un’indagine in corso e con molta probabilità di intercettazioni scottanti tra personaggi inquietanti che discutono piani criminali. Del resto una scorta di due uomini armati h24 non si dà al primo che passa. È anche vero che la regola aurea in questi casi, appunto per non doversi trovare con un nuovo martire da glorificare, è quella di dare il massimo risalto pubblico. Anche un bambino riesce a capire che è molto più difficile colpire un tizio che sta sulla prima pagina dei giornali e appare in tv. E, vivaddio, il cronista Tizian non s’è prestato alla sfilata televisiva in veste di eroe, ma per una volta la tv ha parlato della notizia invece che del personaggio, fornendo quella “scorta mediatica” che dovrebbe essere garantita a tutti, in particolare ai precari.
Infine, vorremmo invitare Calvano a leggere gli articoli di Giovanni Tizian sulla Gazzetta di Modena. Allargherà così il suo orizzonte ben oltre la Calabria (altro che vittimismo!). Scoprirà che a Reggio Emilia ci sono i cutresi e a Modena (ma non solo) i Casalesi. Gente che non scherza, come a volte, anche scrivendo, si fa, irresponsabilmente, sulla pelle degli altri. Leggendo scoprirà che Tizian, con i suoi articoli, non solo non ha “contribuito a esorcizzare il male emiliano”, ma ha sbattuto in faccia alla società emiliana la realtà di “quel sistema molto più grande” che la corrode ormai anche dall’interno e che va ben oltre il tarlo calabrese… E allora, forse, si troverà a rivedere le frasi che ha scritto e che difficilmente possono essere descritte, ironia o non ironia, se non come “pericolose”insinuazioni.
Nuccio Barillà (giornalista – Legambiente)Alessio Magro (giornalista – Stopndrangheta.it)