‘Ndrangheta e Nord Italia: vent’anni di immaginario collettivo
Il periodo che va dagli anni ’70 agli anni ’90 è quello in cui i sequestri di persona firmati dalla ‘ndrangheta sono all’ordine del giorno. "Quando l’anonima va in cerca dei veri miliardari al Nord", scriveva La Repubblica nel 1990, quantificando così le azioni criminali da attribuire all’Anonima Calabrese: 207 sequestri dei 576 compiuti nell’ intero territorio nazionale dal 1970 all’ inizio del 1986 per un giro di d’affari di poco inferiore ai 400 miliardi. In questo contesto, il 16 gennaio 1990, viene sventato un sequestro a Luino, vicino al Lago Maggiore: l’operazione delle forze dell’ordine, però, si conclude con l’uccisione di tutti e quattro i banditi. Tre di loro erano di San Luca che diventa, in un diffuso contesto di polemiche, il paese dei sequestri. L’attivismo degli abitanti del Nord Italia, più abituati ad affrontare i problemi in prima persona, si manifesta tramite l’invio di lettere piene di risentimento, insulti e minacce al sindaco di San Luca, cugino di uno dei banditi uccisi. Tante lettere da poterci fare un libro come hanno fatto i giornalisti Filippo Veltri e Diego Minuti ("Lettere a San Luca") che registrano "un odio che trasuda di luoghi comuni e accuse generalizzate". "Maledetta razza, assassini ladri sequestratori", scrivono ex partigiani ed ex SS che pianificano (entrambi!) uno sterminio di massa del Sud perché "tutti i meridionali sono esseri infami e tali devono essere trattati come esseri infami"; "sappiamo benissimo che solo l’abbattimento di tutti i calabresi potrà arrestare i sequestri di persona nel nostro paese, che senza di voi sarebbe civile". Arrivano lettere firmate da sedicenti patrioti veneti. Il collegamento con il neonato partito della Lega Nord viene suggerito da una di queste stesse lettere. Poche le missive dal tono "pacato": qualcuno invia "ai pochi paesani onesti le mie scuse e l’augurio che possano mantenersi tali pur vivendo in un letamaio". Angela Casella, la mamma coraggio che nel 1989 da Pavia va a San Luca per pretendere la liberazione del figlio Cesare Casella, rimasto sotto sequestro per due anni, è simbolo di un Nord disperato a tal punto da cercare dialogo con un sistema difficile da definire anche per il resto dei calabresi. In realtà sono stati rapiti anche molti calabresi benestanti, ma per chi è convinto dell’equazione calabresi = criminali, questo non aveva importanza. Da quelle lettere vengono fuori alcuni elementi: la vergogna di molti calabresi emigrati al Nord, vittime a loro volta degli effetti perversi della "caccia al meridionale", la visione della Calabria come il posto più incivile e criminale del Sud d’Italia, il mancato riferimento alla ‘ndrangheta, parola difficile da pronunciare e, se citata, pronunciata male.
Si può immaginare una versione odierna di quelle lettere e chi le scriverebbe oggi? Forse i ragazzi che frequentano uno dei tanti corsi sulla criminalità organizzata in diverse università d’Italia. Oppure gli attivisti di una delle numerosi sedi di Libera nate anche nel profondo Nord. Di certo non sarebbe necessario inviarle proprio nel cuore dell’Aspromonte. Il comune di Bordighera in provincia di Imperia è stato sciolto nel marzo 2011 per infiltrazione mafiosa; in Val Susa, da una vallata all’altra, si legge TAV = MAFIA. La ‘ndrangheta non sequestra più singoli individui, ma Consigli comunali e appalti, discoteche e interi quartieri di grandi città (anche del Nord Europa) che per anni hanno relegato la minaccia mafiosa nel lontano Sud. Un malsano legame rappresentato chiaramente dai rifiuti tossici provenienti da grandi industrie del Nord e sotterrati nei territori di Campania e Calabria in nome del profitto.
Cosa è cambiato in questi vent’anni nell’immaginario del Nord Italia su Calabria e ‘ndrangheta, dopo la strage di Duisburg, dopo le immagini del summit di ‘ndrangheta tenuto il 31 ottobre del 2009 a Paderno Dugnano (Milano) e dopo le 110 condanne dell’inchiesta Infinito? Tutto. E niente. Quasi tutti oggi sanno pronunciare e scrivere quella parola difficile, ‘ndrangheta, e le pubblicazioni su di essa aumentano esponenzialmente, così come gli inviati dei giornali al Sud che ora non sono più solo "speciali". La diffusione di una maggiore consapevolezza a livello nazionale, però, non ha eliminato del tutto la tendenza alla sottovalutazione – c’è ancora chi dice "è un problema del Sud" o "se vengono al nord è perché qui ci sono i soldi" – anche se non manca chi è pronto a rilanciare: combattere la ‘ndrangheta non tocca più solo all’Italia; è ormai tutta Europa a dover considerare la ciminalità calabrese una questione da affrontare senza visioni parziali e facili generalizzazioni.






