L’area grigia della porta accanto
REGGIO CALABRIA – La vicenda che ha visto coinvolti Enzo Giglio e Giancarlo Giusti, uno presidente di sezione Misure di Prevenzione del Tribunale, l’altro, sia pure per breve tempo, giudice di quella sezione, non poteva non lasciare traccia negli interventi di stamattina. In quelli di Piergiorgio Morosini e di Daniele Cappuccio, in particolare, si sono dette parole chiare e nette per cui li ringrazio ed in cui mi riconosco… completamente. Ma sulla vicenda, quale segretario reggino di MD e prima ancora quale magistrato nato e cresciuto a Reggio, mi sento in obbligo di formulare le mie scuse alla città; a quella parte della città che ha fatto un investimento emotivo e di fiducia sulla magistratura reggina, a quella parte di città che insieme a noi si sente coinvolta in un percorso di rinascita, in cui ha deciso di non abbassare più la testa, di vivere con dignità, orgoglio e libertà la sua cittadinanza. E le mie scuse, anche, a quegli amministratori giudiziari che in questi giorni recandosi a gestire i beni loro affidati in custodia, hanno dovuto sopportare gli sproloqui degli espropriati a proposito della giustezza del provvedimento di sequestro, emesso da un giudice sottoposto a cautela. Ma questa sconfitta che abbiamo vissuto, questo tradimento che ci ha ferito non possiamo permettere che resti un’esperienza da dimenticare in fretta.
Quello che ci resta è, innanzitutto, la consapevolezza della nostra debolezza e con questa la presa di coscienza della labile fragilità dell’intero sistema sociale reggino. Basta ripercorrere con la memoria gli avvenimenti degli ultimi intensi anni, per prenderne atto, senza ipocrisie. A partire proprio dalla magistratura reggina. Nell’arco breve di circa un triennio, abbiamo visto due magistrati trasferiti d’ufficio dal Csm ad altre sedi; altri due raggiunti da dichiarazioni accusatorie di un collaboratore di giustizia in un contesto di ambigue e non ortodosse relazioni personali; ed infine, i due colleghi coinvolti nella recente indagine della Procura di Milano che ha svelato, ancora una volta, inquietanti rapporti personali tra magistrati ed esponenti della politica e della criminalità. Relazioni in cui la posta in gioco era la capacità di autodeterminazione del magistrato, il suo restare sottomesso solo alla legge, la sua libertà di giudizio.
Ma anche commercialisti, avvocati, ed in generale rappresentanti del mondo delle professioni, dell’imprenditoria dello stesso sindacato, in poche parole gli esponenti di quella che viene definita la classe dirigente di una città, sono stati ripetutamente coinvolti in procedimenti penali in cui – a prescindere dal rilievo penale dei comportamenti lì accertati – il tema delle relazioni melliflue, vischiose ed ambigue con esponenti della criminalità organizzata, rappresenta una caratteristica costante. E di recente abbiamo scoperto come, nella nostra città, anche le modalità di lotta sindacale possono essere utilizzate con metodi e gestioni operative opache ed inquietanti, come è avvenuto in occasione dello sciopero di lavoratori della Leonia. E, non a caso, tutto questo è avvenuto ed avviene in un contesto sociale pervaso dalla cultura del favore, del compare che alimenta un sistema parallelo a quello legale dove tutto si aggiusta e si "sistema", all’interno di oscure camere di compensazioni e di stabili, quanto opache relazioni sinallagmatiche, in cui l’esponente della criminalità non è più un questuante, ma una parte autorevole (e non solo autoritaria) del rapporto. Ed in conseguenza di questa degenerazione relazionale, la soglia di percezione tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, si abbassa paurosamente anche all’interno dei ceti dirigenti. Così, basiti, abbiamo assistito alla funzione religiosa in cui l’arcivescovo metropolita ringraziava, per i suoi trent’anni di sacerdozio, un parroco coinvolto in un grave procedimento penale per fatti di mafia. Mentre, nel frattempo, un assessore comunale giustificava come normali relazioni, le chiacchierate elettorali con il capo clan del quartiere in cui è cresciuto, senza che venisse autorevolmente stigmatizzato il suo comportamento dai vertici della sua istituzione. Ma il messaggio implicito che viene così trasmesso è la legittimazione della interlocuzione con l’esponente della criminalità organizzata; la normalità sociale di tale condotta. E se queste dichiarazioni od omissioni vengono dai vertici della scala sociale, dalla dirigenza cittadina, cosa possiamo chiedere alla gente comune, per indurla a cessare il ruolo di spettatrice e fare precise scelte di campo nella lunga e logorante battaglia di contrasto alla ‘ndrangheta? E’ proprio questo l’humus che alimenta l’area grigia della nostra città; quella che le recenti indagini stanno sempre più svelando. Ed io spero che non si fermi questa onda di conoscenza e che possiamo continuare ad essere capaci di apprenderne i sistemi ed i metodi relazionali, perché è solo da qui che può partire una vera rinascita cittadina. Ma l’area grigia non è un luogo indefinito e distante da noi; a volte ne parliamo come qualcosa che riguarda sempre altri: altri ambienti professionali, altri circuiti relazionali, per poi scoprirla, invece, drammaticamente prossima, distorcente, capace di provocare ferite profonde. Come l’arresto del collega della porta a fianco…che ci rivela quanto sia vischioso ed infido il nostro contesto sociale, mettendoci di fronte alle nostre debolezze, ma anche alle nostre responsabilità.
E però questa analisi non può essere un punto di arrivo ma di partenza.Se la società reggina è debole, e per prime lo sono le sue istituzioni, la risposta non può che venire dal tentativo di mescolare queste debolezze per creare una rete virtuosa e trasparente, capace di offrire concreti modelli comportamentali antitetici a quelli oggi dominanti e comunemente accettati. Perché l’alternativa è il commissariamento dei ceti dirigenti cittadini; una franca dichiarazione di incapacità ed inadeguatezza di fronte a questa non più tollerabile opacità. Ed è proprio il sistema normativo delle misure di prevenzione, il diritto vivente che si è costruito a partire da una lettera legislativa scarna e mal congegnata, a dirci che questo percorso è possibile, che non è ancora tempo di arrenderci.
Esiste un work in progress della giurisprudenza e degli ambienti sociali più sensibili per adeguare in via interpretativa la normativa alle esigenze giurisdizionali di tutela dei diritti coinvolti, ma anche di efficacia ed efficienza del sistema preventivo. Come se lo spirito della norma, la sua ragione profonda, il sacrificio umano che ne sono a fondamento fossero più forti della pochezza della lettera della legge.
L’attuale sistema ha i suoi limiti e le sue debolezze che, però, non possono farci perdere la voglia di emendarne – dove possibile – le lacune, per dargli efficienza e credibilità. Il metodo è proprio quello della condivisione delle debolezze e delle risorse coinvolte nel sistema preventivo. La base è normativa e non volontaristica e va rintraccia nella previsione di cui all’art. 41co.2 Cod. Ant., facendo diventare – sulla base di sempre più affinate prassi virtuose – quel sistema una regola gestionale per tutte le custodie complesse, al fine di garantirne una migliore gestione dei beni in funzione della auspicata confisca che coinvolga circuiti professionali ed imprenditoriali trasparenti ed impegnati. Dobbiamo prendere atto che alcune norme nascono da accertate incapacità del sistema. Le armi che oggi ci vengono offerte sono un po’ spuntate, ma buone prassi e spirito sinergico possono ancora fare molto nella materia. La sfida è quella di rendere efficiente l’intero sistema, così da farne un’alternativa credibile ed affidabile che si contrapponga al parallelo sistema economico mafioso. E’ una sfida ardua che pretende coraggio ed atteggiamenti né difensivi, né burocratici da parte dei suoi protagonisti. Ma è una sfida che dobbiamo continuare a fronteggiare, mettendo in virtuosa sinergia le deboli forze e risorse di noi che ne siamo tra i protagonisti; perché se perdiamo, è una sconfitta per tutti. Proprio come per questa città…..
* Intervento pronunciato nel corso del convegno di Cgil e Md del 17 dicembre 2011 a Reggio Calabria






