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Omicidio del brigadiere Marino, nessun colpevole

Reggio Calabria – Un omicidio che a 21 anni dalla spietata esecuzione continua a non avere colpevoli. Il processo celebrato con il rito abbreviato si è concluso con l’assoluzione per non aver commesso il fatto dei quattro imputati dell’assassinio del brigadiere Antonino Marino, massacrato a colpi di pistola sotto gli sguardi atterriti della moglie e del figlioletto.
Il gup Tommasina Cotroneo ha ritenuto, dunque, estranei a quanto accaduto a Bovalino Superiore il 9 settembre 1990 Antonio Papalia, 56 anni, Giuseppe Barbaro, 63 anni, Francesco Barbaro, 84 anni, Giuseppe Barbaro, 55 anni, tutti di Platì. Con la stessa sentenza il gup, previa derubricazione in favoreggiamento del concorso nell’omicidio di Carmelo Spanò, avvenuto a Bocale, alle porte della città, nel 1987, ha dichiarato la prescrizione del reato nei confronti del pentito Antonino Cuzzola. Nei confronti dei Barbaro e Papalia l’assoluzione è stata pronunciata in forza della norma che consente la formula piena pur in presenza di insufficienza o contraddittorietà della prova.
La svolta nelle indagini sull’omicidio era avvenuta dopo 15 anni dal fatto e precisamente a seguito delle dichiarazioni di Cuzzola. Il pentito indicava gli imputati quali mandanti dell’omicidio del sottufficiale che, qualche anno prima di essere ucciso, aveva prestato servizio a Platì prima di essere destinato, nel 1988, a San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro.
Il brigadiere Marino era stato raggiunto da 10 colpi di pistola calibro 9 parabellum, esplosi a distanza ravvicinata, mentre si trovava all’ingresso della macelleria dei suoceri, aperta fino a ora tarda in occasione dei festeggiamenti patronali in corso. La brutale esecuzione avveniva poco dopo la mezzanotte in una via affollata del centro di Bovalino superiore. Le indagini avevano dato esito negativo fino alla svolta delle dichiarazioni di Cuzzola.
Instaurato il rito abbreviato, il GUP Cotroneo, ritenendolo necessario ai fini della decisione, aveva disposto l’esame del collaborante che presentatosi al Giudice in video conferenza, ribadiva le accuse nei confronti degli imputati confermandone la responsabilità in qualità di mandanti dell’omicidio dell’appuntato Secondo il Cuzzola la decisione di uccidere l’appuntato era maturata per motivi di risentimento dovuti alla condotta rigorosa che questi adottava nello svolgimento della sua attività operativa nella cittadina aspromontana.
In sede di requisitoria il Pubblico Ministero dott. Mario Andrigo, aveva chiesto la condanna a trenta anni di reclusione per Antonio Papalia, Francesco Barbaro e per il sessantaduenne Giuseppe Barbaro, ma l’assoluzione per insufficienza di prove per l’altro Giuseppe Barbaro. Richiesta di condanna che veniva ribadita dall.’avv. Beatrice Rinaudo difensore della vedova dell’appuntato, Vittoria Rosetta Dama, e dei figli costituitisi parte civile nel procedimento. Di diverso avviso i difensori degli imputati, avvocati Russo, Furfaro, Speziale e Bartolo, per i quali la singolarità di un’accusa improvvisamente intervenuta dopo 15 anni dai fatti, e dopo molti anni dalla scelta dello stesso Cuzzola di collaborare, deponeva per una sua originaria inattendibilità. Sia attraverso la produzione documentale (avv. Furfaro), attestante la detenzione di Francesco Barbaro, detenuto da più di un anno prima dell’omicidio, che mediante la produzione di sentenze riguardanti la inattendibilità del Cuzzola (avv. Speziale), oltre che alla produzione (avv. Russo) di indagini difensive intese a descrivere un diverso stato dei luoghi rispetto a quanto dichiarato dal Cuzzola, i difensori nei loro interventi hanno sostenuto l’esistenza di un "insuperabile muro documentale" idoneo a smentire sul piano oggettivo il Cuzzola. Dopo circa due ore di camera di consiglio il GIP ha dato lettura del dispositivo della sentenza.